“Lascia perdere la causa di lavoro”. Vita professionale e licenziamento di Simonetta Dezi

✍️ Simonetta Dezi 

 

Dovevo dargli retta quando ha provato a convincermi che un contratto di collaborazione giornalistica equivale ad un articolo 1. Ho ancora nelle orecchie la sua voce: “Non sono tempi di vertenze, ti facciamo un altro co.co.co, è uguale… La Casagit? Te la paghi…”. Poi la frase fatale: “Tanto tu la causa non te la puoi permettere, sono cose che vanno per le lunghe…”.

Una sfida che non ho saputo ignorare: ero e voglio, ostinatamente e contro ogni evidenza, credere che nel nostro paese il lavoro continui ad essere un diritto tutelato dalla Costituzione.

Se avessi ascoltato quel vicedirettore però, ora sarei almeno nel bacino dei giornalisti precari a navigare tra un contrattino e l’altro. Invece a 55 anni, dopo 16 anni passati a scrivere con passione per la stessa testata e dopo una battaglia nei tribunali che dura da oltre 12 anni, mi ritrovo disoccupata, in attesa di un nuovo appello che stabilisca se posso ritornare al posto di lavoro conquistato con tanta tenacia. La Giustizia italiana non è ancora in grado di darmi una risposta certa sul mio passato, presente e futuro all’interno dell’Ansa, la principale agenzia di stampa italiana, dalla quale, nel frattempo, senza nessuna considerazione per i tanti anni di serio impegno sono stata licenziata. E’ prevalsa la logica editoriale che imperversa in questi brutti tempi: togliersi di mezzo chiunque appena se ne presenti l’occasione.

A costo di diventare noiosa voglio spiegare perché sono convita di avere ragione. La chiave di tutto sono quei primi sette anni, dal 2000 al 2007, in cui ho ininterrottamente lavorato per l’Ansa tra co.co.co e ben cinque contratti a tempo determinato (29 mesi in tutto). Sette anni pieni durante i quali ho seguito la politica sanitaria in Senato, ho fatto la rassegna stampa per la redazione Interni, ho seguito conferenze stampa e convegni lavorando perlopiù dalla sala stampa del Senato o dalla redazione Interni. La mia era un appartenenza di fatto a cui mancava solo il riconoscimento contrattuale. Concordavo le ferie come gli altri colleghi e durante le mie due maternità sono stata sostituita proprio come un qualsiasi articolo 1. “Tieni duro” mi dicevano “che prima o poi ti sistemiamo”. Ma il tempo passava e la regolarizzazione non arrivava mai. Non

ero solo io a volerla: anche per l’Inpgi l’Ansa doveva mettere in regola la giornalista Simonetta Dezi.

Nel 2008, dunque, a distanza di poco tempo vengono avviati due procedimenti giudiziari, uno di mia iniziativa e l’altro, appunto, da parte dell’Inpgi. Entrambe le sentenze in primo grado sono a me favorevoli sebbene per motivi opposti: il primo giudice non riconosce la subordinazione di quei sette anni, ma stabilisce la mia assunzione perché l’azienda non presenta il documento di messa in sicurezza sul lavoro (ex dl 626 del ’94) necessario per stipulare contratti a termine quindi, a suo parere, il contratto deve essere inteso come a tempo indeterminato; il giudice della vertenza aperta dall’Inpgi invece, per lo stesso periodo, riconosce la subordinazione e chiede il versamento dei contributi.

Grazie alla prima sentenza, nel 2011 entro a tutti gli effetti nella “grande famiglia Ansa”, vengo assegnata alla redazione fotografica a scrivere didascalie sotto le foto. Pur di lavorare all’Ansa rinuncio al ruolo di dirigente radicale e lascio anche l’incarico di direttore del bimestrale Agenda Coscioni che nell’attesa dell’esito della causa mi sono guadagnata.

Dopo un paio di anni dall’assunzione cambia la mia posizione professionale dentro l’Ansa: vengo spostata al politico per seguire i lavori del Senato, mi viene fatta una novazione di contratto per regolarizzare il mio lavoro in Parlamento, mi viene data la tessera di stampa parlamentare in virtù della mansione che svolgo e di fatto divento la “faccia” dell’Ansa a palazzo Madama.

Anche le vicende legali proseguono. La sentenza di appello della causa dell’Inpgi conferma il primo grado e invita l’azienda a pagare i contributi. Invece nella causa da me avviata gli avvocati dell’Ansa dicono, a sorpresa, di avere il famoso documento di messa in sicurezza, la cui assenza era stata decisiva per la mia assunzione. Ma anche la sentenza di appello è per me favorevole: il giudice sostiene che in questo grado non può tenerne conto: rimango assunta. Tutto viene ribaltato però, quando la Cassazione, nove anni dopo il primo grado, decide che questo benedetto documento deve poter essere valutato. Pertanto annulla la sentenza in base alla quale sono stata assunta e stabilisce che bisognerà rifare un nuovo appello. In quattro e quattr’otto sono licenziata.

Nel tardo pomeriggio del 2 ottobre scorso mentre sono alla mia postazione della sala stampa di palazzo Madama e scrivo una notizia, l’ennesima della giornata, un dirigente dell’amministrazione mi annuncia per telefono che non sono più una dipendente Ansa. Completo la notizia che stavo scrivendo. Non mi va di lasciarla a metà. Poi premo il tasto invio e la mando al desk della mia (ex) redazione. Spengo il computer e vado via.

Dalla direzione, ad oggi, nemmeno una parola per un saluto formale.

Aveva ragione quel vicedirettore, le cause di lavoro durano tanto e sono un lusso. Non solo sotto il profilo economico, aggiungo io. Oggi per sopportare il colpo di spugna dato senza esitazione alla mia figura professionale ho bisogno di nervi saldi e della consapevolezza che non sono le competenze professionali ad essere messe in discussine. Però, aveva ragione lui, crea meno problemi a tutti rimanere precari a vita.

 

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