di Giuseppe Federico Mennella – Docente di Deontologia della Professione Giornalistica
Università di Roma Tor Vergata, Segretario di Ossigeno per l’Informazione
Non è un tempo buono quello in cui quest’anno celebriamo la Giornata mondiale della libertà di stampa. Non lo è qui in Italia, non lo è nelle zone di guerra, non lo è perfino nelle più grandi democrazie, o almeno ritenute tali. Ciò che oggi sono minacciati e sotto attacco sono i principi stessi che indussero l’Onu a istituire questa Giornata: la libertà, il pluralismo, l’indipendenza della stampa non come appannaggio e privilegio dei giornalisti, ma come fondamenti della democrazia e dell’affermazione dei diritti umani in ogni angolo del mondo.
Abbiamo bisogno di ricordare questi principi per capire che le libertà e i diritti non sono per sempre, ma una conquista quotidiana. E la conquista richiede la lotta. Affermazione ovvia se discutiamo di dittature le quali sono tali proprio perché sopprimono diritti e libertà. Meno ovvia se alziamo lo sguardo sulle democrazie, dove devono/dovrebbero regnare il diritto di pensare, parlare, scrivere liberamente.
Questo 2025 ha aperto un tempo di nuove e più grandi preoccupazioni per la libertà di espressione e il diritto di informare. Negli Stati Uniti nel 1791 è stato eretto il più forte baluardo per impedire l’attacco alla libertà di stampa: il legislatore non può emanare leggi che limitino il diritto di informare. Esattamente da questo tempio della democrazia è partito il più feroce attacco a quel diritto.
La questione non riguarda soltanto i cittadini e i giornalisti americani. Il fatto è che ciò che accade negli Usa diventa, nel tempo, oggetto di imitazione nel resto del mondo occidentale. Ciò che è possibile negli Stati Uniti di Donald Trump diventerà possibile, per esempio, in Europa. In questo continente il terreno è fertile, è già concimato, è pronto ad accogliere e far germogliare quei semi velenosi. Abbiamo coniato neologismi e ossimori: democrature, democrazie illiberali.
Ma non è indispensabile varcare i confini italiani per capire di che cosa stiamo parlando. Il catalogo è lungo. Possiamo partire da quella sceneggiata parlamentare rappresentata da un quarto di secolo: le discussioni intorno ai disegni di legge per abolire le norme che prevedono il carcere per i giornalisti. Siamo alla sesta inutile legislatura di dibattiti per non farne nulla, nonostante l’autostrada aperta dalla Corte costituzionale nel 2021 quando ha dichiarato incostituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa (prevedeva fino a sei anni di reclusione per diffamazione).
Al potere politico fa comodo la permanenza della spada di Damocle del Codice penale sul capo di chi fa giornalismo. Così come fa comodo che la professione sia governata e disciplinata da codici e legge risalenti nel tempo: 1930, 1948, 1963.
Complice le difficoltà dell’universo dell’informazione e la precarietà dilagante – quindi, debolezza della categoria – il potere affina le armi per mettere a tacere anche questo potere di controllo che è la stampa. Gli strumenti d’attacco si stanno affinando. Le querele e cause civili, certo – autori ministri e primi ministri -, ma ora si fa strada l’aggressione più insidiosa, quella alle fonti fiduciarie. Basta presentare un esposto in procura e trovare un magistrato zelante e il gioco è fatto, colpendo ciò che rende possibile un giornalismo che cerca le verità nascoste, quelle scomode per i poteri: la fonte delle notizie che devono restare al buio. Il copyright spetta al titolare della Difesa, Guido Crosetto. Ha già trovato imitatori in altri potenti come lui.
Abusi del diritto, minacce, intimidazioni, violenze: il monitoraggio e i rapporti di Ossigeno per l’Informazione documentano lo stato delle cose. E non è un buono stato. La diagnosi è nota, non c’è la terapia. Non abbiamo, per esempio, un reato che punisca l’ostacolo all’informazione, pur proposta da stampa romana e da Ossigeno. La libertà di espressione è un diritto costituzionale ma resta figlio di un dio minore.
Il 3 maggio celebriamo la Giornata mondiale della libertà di stampa e il pensiero correrà – deve correre – dove parlano le armi e dove si muore. In Palestina muoiono civili, donne e bambini, ma anche giornaliste e giornalisti: almeno duecento. E se un programma tv del servizio pubblico prova a raccontare ciò che sta accadendo a Gaza – luogo proibito ai giornalisti stranieri – scatta un esposto alla presidenza del Consiglio con la tremenda accusa di antisemitismo. Non si esclude che lì gli intimidatori troveranno orecchie attente.