Informazione Futuro la vuole viva guidata da giustizia ed equità
di Rossella Lamina, direttivo Stampa Romana e Lazzaro Pappagallo, giunta Fnsi
La Casagit è malata. Anzi, no: gode di ottima salute. Così si potrebbe sintetizzare il segnale schizofrenico che arriva in questi giorni ai giornalisti italiani da parte della propria cassa professionale di assistenza integrativa.
In una recente lettera inviata ai soci, Casagit comunica la necessità di “ridimensionare lo squilibrio di 6 milioni di euro l’anno tra entrate e uscite che da due anni caratterizza il piano di assistenza principale”. Il deficit se replicato porterebbe alla fine di Cassa sanitaria nel giro di un lustro. A questo fine annuncia nuove regole in merito ai parametri di contribuzione, agli interventi di solidarietà e all’erogazione di rimborsi e prestazioni che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2025. In buona sostanza, si richiedono sacrifici per garantire la tenuta della Cassa. Nel frattempo invita sui social i non giornalisti a iscriversi ai piani di Casagit salute con uno sconto del 30%. Un black Friday indigesto quando stai chiedendo invece sacrifici ai colleghi.
Ma chi sosterrà questi sacrifici? Qui sta la principale criticità di una “manovra” che, per come è stata pensata, non appare affatto coerente con la statutaria “solidarietà di mutuo soccorso” per cui Casagit è nata nel 1974. Colpisce i più deboli tra i colleghi senza fare una scelta chiara di campo su chi produce il deficit.
TAGLIO INGIUSTO ALLE TUTELE PER I DISOCCUPATI
A subire il taglio più pesante (e a nostro avviso più iniquo) sono proprio i colleghi disoccupati, a cui viene dimezzato il periodo di assistenza a contribuzione zero, che dagli attuali 48 mesi passa a 24 mesi nell’arco di tutta la vita. Ai disoccupati viene però “offerto” il raddoppio del periodo di sospensione dall’assistenza: dai precedenti 36 mesi (ora frazionabili in 3 periodi) si passerebbe a un totale di 72 mesi. Insomma, proprio un bel mutuo soccorso: zero copertura, ma più a lungo.
Già la normativa vigente necessiterebbe di alcuni correttivi finalizzati ad una maggiore equità fra i soci. Infatti, al termine del periodo a contribuzione zero, il disoccupato che volesse continuare a ricevere l’assistenza Casagit dovrebbe versare (ma con quali risorse?) una contribuzione volontaria calcolata su sole 3 fasce di reddito complessivo annuo: superiore a 100.000 euro; da 71.315,01 a 100.000 euro; inferiore a 71.315,01. Facendo due conti, un disoccupato (che sicuramente si attesta ben al di sotto dell’ultima fascia) dovrebbe versare la bellezza di 2.772 euro annui per mantenere la copertura assistenziale, mentre il contributo volontario richiesto a chi ha un reddito sopra i 100.000 è di 3.396 euro: 624 euro in più di un disoccupato. Se poi si tiene conto che chi chiede un periodo di sospensione è poi obbligato a versare 6 mesi di contribuzione volontaria, la sensazione di una beffa ai danni dei soggetti più deboli tende a ingigantirsi.
C’è inoltre una ragione di coerenza con il sistema nel considerare ingiusta la penalizzazione dei disoccupati.
Il collega senza lavoro ha versato per molti anni. Come tutti i colleghi giornalisti quando ha versato ha ricevuto in prestazioni meno della metà di quanto ha versato. Quindi ha accumulato durante la sua vita professionale un tesoretto che non merita assolutamente il taglio previsto dal prossimo anno.
I SOCI AGGREGATI: LA VERA RAGIONE DEL BUCO CASAGIT
Ragioniamo un attimo su quanto ha riportato alla platea dei consiglieri nazionali della Fnsi, il presidente della Casagit Gianfranco Giuliani. Il rapporto contribuzione/prestazioni di un giornalista attivo è 100 a 45. Ogni cento euro versati alla Cassa il collega porta a casa 45 euro sotto forma di prestazioni e rimborsi. Per il collega pensionato il rapporto si attesta su 100 a 109. Ogni 100 euro versati riceve in prestazioni 109 euro ed è assolutamente naturale vista l’età del contribuente. Quindi se Casagit fornisse servizi solo alla platea dei giornalisti in servizio iscritti e dei giornalisti pensionati iscritti sarebbe in equilibrio solido.
Lo sbilancio arriva invece dai soci aggregati i cui versamenti sono in larga misura insufficienti rispetto alle prestazioni erogate e che si mangiano l’attivo di bilancio degli iscritti giornalisti. Queste iscrizioni sono state gestite o con quota fissa o con leggere variazioni di reddito per i figli in base al contributo contrattuale del giornalista attivo.
La riforma cancella qualsiasi riferimento al reddito nel calcolo delle quote dei soci aggregati. Sono definite solo in base all’età. L’aver cancellato e il non aver introdotto il criterio del reddito e/o dell’ISEE rende inique o incongrue anche le modifiche dei contributi per i familiari iscritti, uno dei veri nodi alla base del passivo Casagit.
Questo contributo verrà infatti calcolato dal prossimo anno in quota fissa solo sulla base dell’età del familiare: zero contributo fino a 12 mesi di età, poi 100 euro annui fino al 5° anno di età con aumenti progressivi di 50 euro ogni scaglione quinquennale (150 euro da 6 a 10 anni; 200 euro da 11 a 15 anni, 250 dai 16 ai 20; un balzo a 500 euro fra i 21 e i 25 per proseguire con aumenti di 50 euro nei successivi scaglioni), fino al tetto massimo di 900 euro l’anno per gli over 60.
Con questo criterio, vanno oltretutto a ingenerarsi ulteriori paradossi, che contraddicono l’obiettivo di risanare la cassa. Ad esempio, un nucleo familiare composto da un giornalista, un coniuge e un figlio fra i 15 e i 20 anni di età, dal prossimo anno andrebbe a versare circa 50-60 euro in meno rispetto al 2024. Saranno decisamente penalizzate le famiglie monoreddito con due o tre figli a carico.
Per una distribuzione più equa degli oneri, perché non chiedere ai soci di presentare la dichiarazione dei redditi e/o il proprio ISEE, come peraltro già previsto dal Regolamento generale e da quello applicativo Casagit in alcuni casi specifici. Un coniuge professionista di 50 anni non può e non deve pagare la stessa cifra di chi non lavora. I dirigenti non possono nascondersi dietro lo slogan “non possiamo chiedere la dichiarazione dei redditi o l’isee anche perché la struttura fa resistenza”.
Sia perché in alcuni casi già avviene quindi si tratterebbe di estendere ai soci aggregati quanto già accade per alcune categorie di iscritti (es. i pensionati), sia perché a fronte di più di 300mila annui di emolumenti incassati da presidente, vicepresidente e direttore generale ci chiediamo se i dirigenti apicali possano essere “ostaggio” della struttura. Se così fosse non sarebbero giustificati i loro compensi (sui quali potremmo discutere non poco vista la duplicazione di funzioni e l’andamento del bilancio Casagit. Un migliaio di colleghi qualche anno fa avevano firmato una petizione per chiedere cautela sui compensi evidentemente inascoltati).
Paradosso dei paradossi.
Mentre domanda sacrifici questa “manovra” al contempo estende i servizi di assistenza ai nipoti, figure non previste dallo statuto Casagit, dove all’art. 4 si stabilisce che, su richiesta del socio, i servizi possano essere erogati soltanto al coniuge o convivente more-uxorio, ai figli e ai genitori. Ai figli dopo i 35 anni, anche se occupati e non nel giornalismo o magari con un proprio nucleo familiare, viene data la possibilità di diventare soci versando contributo agevolato fino ai 40 anni. Così, mentre si penalizzano i disoccupati e non si introduce il reddito per valutare le quote dei soci aggregati, si tagliano i rimborsi per i farmaci omeopatici e galenici (riconosciuti persino dal fisco italiano), si apre invece la strada ad una forma di letterale “nepotismo”, una trasmissione per via dinastica dell’assistenza di cui non si sentiva alcun bisogno. Come pure di questa scontistica natalizia, “regala Casagit”, che offre fino al 30% di riduzione per i non giornalisti che si iscrivano ad un piano sanitario.
FRANCHIGIA SULLE VISITE SPECIALISTICHE
A dimostrazione che non tutta la riforma è da buttare va sottolineato che rispetto alla prima stesura la previsione di un tetto per le visite specialistiche a 350 euro è stata modificata alzandolo con franchigia al 15% ad 800 euro. Una rimodulazione che immaginiamo sostenibile.
Ma Insomma: Casagit è ammalata o no? Al momento sembra un po’ come il gatto di Schrödinger: sta bene o sta male a seconda dei provvedimenti che si vanno a considerare e dei soci su cui ricadono.
È un dato di fatto che sulla Cassa si è abbattuta anche la debacle del Sistema sanitario nazionale, con le sue liste d’attesa ormai interminabili ed una – costruita negli anni – incapacità di soddisfare questo bisogno essenziale (va ricordato il dramma di quel 4,5% di italiani che, da stima Istat, nel 2023 ha rinunciato a curarsi ed il concomitante forte aumento della spesa per la salute a carico delle famiglie per 40,6 miliardi). Come concausa del passivo, Casagit lamenta poi la crisi del sistema editoriale, con la diminuzione dei contrattualizzati e l’aumento di disoccupati e precari. Un quadro sistemico che tuttavia non può giustificare l’assunzione di risposte inique o irrazionali.
A differenza delle pensioni oggi Inps già Inpgi, malato terminale e incurabile per il combinato disposto del calcolo retributivo delle pensioni e dei continui e ripetuti prepensionamenti, i fondamentali della Casagit restano sani e possono reggere per anni. Ma la scelta deve essere chiara: non è tempo di scorciatoie e di privilegi. I dati ci dicono dove si deve incidere, sui soci aggregati. E bisogna farlo con giustizia ed equità con la leva del reddito, evitando di scaricare il peso della manovra di rientro dal deficit sui disoccupati.Insisteremo in tutte le sedi per cambiare immediatamente verso.