Sanremo: qualcuno faccia ragionare la RAI

Di Marco Molendini



Capisco che per 37 milioni si possano fare mille capriole, ma quanto la Rai sta immaginando e escogitando pur di fare il suo Sanremo e incassare il solito bonus annuale sfocia nel ridicolo.

Prima di tutto per l’incaponimento: perché non far slittare le date previste dal 2 al 6 marzo, periodo verosimilmente ancora analogo a quello attuale riguardo al contagio e che rientra perfettamente nelle prescrizioni limitative dell’ultimo dpcm del governo, valido fino al 5 marzo?

Temo che la testardaggine possa essere figlia di un calcolo meramente economico: far scivolare in avanti il festival, cioè a primavera inoltrata, rischia di far calare le entrate pubblicitarie, visto che il profilo tariffario degli spot notoriamente è più alto in inverno.

Poi c’è l’ottusità nel non immaginare che andare avanti con il paraocchi e il paraorecchie possa mettere l’azienda a rischio di dover fare una rovinosa retromarcia in extremis, nel caso in cui l’ epidemia, come molti temono, possa peggiorare ulteriormente.

Terzo: c’è un’irresponsabilità negazionista nel pensare di non mettere a rischio una città e di non correre il pericolo di trasformare il raduno canoro in un focolaio epidemico (i telegiornali direbbero cluster).

Inimmaginabile per chi ci sia stato pensare che il festival si svolga senza quell’eccitazione popolare che lo accompagna ogni anno, una frenesia incontrollabile, irrazionale. Come è inimmaginabile che cantanti, tecnici, accompagnatori, giornalisti (leggo di un’idea di sala stampa: una follia, sia pure a ranghi ridotti) non facciano massa e restino in semisolamento senza muoversi, mangiare, parlare, confrontarsi.

Fare Sanremo mantenendo le prescrizioni di distanza è un’illusione, come è privo di senso reale pensare di risolvere tutto con tamponi a pioggia.

Ma c’è di più, un aspetto meno concreto ma altrettanto carico di conseguenze: che esempio viene dato? C’è il covid e ce ne freghiamo e tutti a cantare? Esempio che invita a sottovalutare il pericolo e a imitare l’irresponsabilità dettata dalla tv di stato. Negozi, teatri, cinema, ristoranti, bar sono chiusi, ma non Sanremo. E’ devastante.

Forse sarebbe il caso che qualcuno intervenga sui vertici Rai per portarli alla ragione. Per cantare c’è sempre tempo. Per i milioni no, ma ne vale la pena?

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