ODG LAZIO: UN MANUALE SU COME PERDERE FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI

di Antonio Moscatello

Se mi chiedessero di scrivere un manuale su come si perde la fiducia nelle istituzioni, oggi prenderei a esempio la maniera in cui stata gestita la vicenda del post-voto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio.

Intendiamoci: Guido D’Ubaldo è un collega rispettabile e credo che avrebbe potuto essere un ottimo presidente dell’OdG del Lazio, se solo fosse stato l’espressione di un’esigenza messa in luce dal voto. Ma così non è.

Già da tempo – da decenni addirittura – nella categoria serpeggia la domanda tossica: “A che serve l’Ordine? Aboliamolo”. Questa domanda non può che trovare una sua base di amara legittimità nel momento in cui si mette in campo una dinamica come quella che abbiamo visto alla Torretta.

Perché, parliamoci chiaro, se la base elettorale esprime così chiaramente un voto volto al cambiamento e poi si ritrova la stessa maggioranza di prima, allora comincia a chiedersi perché diavolo debba pagare la quota annuale. Onestamente, questa insensibilità a tenuta stagna della volontà dei colleghi-elettori rappresenta la migliore propaganda a favore di chi ritiene che l’Ordine vada mandato al macero. Io, per conto mio, penso ancora che andrebbe riformato, profondamente riformato, ma chiaramente dopo queste manovre di palazzo questa fede traballa.

Naturalmente, di fronte alle proteste per il ribaltino della Torretta, c’è chi – con una pervicacia simile a quelli che a qualunque affermazione pavlovianamente chiedevano: “E i Marò?” – risponde: “E Stampa romana?” O, meglio: “E Pappagallo?” Sembra quasi che alcuni colleghi abbiano un atteggiamento compulsivo: questa “eccezione Asr” toglie loro il sonno. Si dimenticano ovviamente che Pappagallo le elezioni le ha vinte, è risultato ampiamente il primo degli eletti. C’è una sostanziale differenza tra chi vince le elezioni e poi trova un equilibrio di governabilità all’interno delle assemblee elettive, e chi invece prende le poltrone avendo perso nelle urne.

Ma, comunque, queste sono polemiche sterili. Alla fin fine resta un fatto: la precisa domanda di cambiamento che è stata espressa dai colleghi-elettori ha ricevuto come risposta un bel pernacchio. E oggi molti più colleghi si chiedono: ma perché devo pagare quella quota a un’istituzione che se ne frega del mio voto?

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