Talk show tra polarizzazione del dibattito e promoter di ospiti fissi. L’Ordine non ha niente da dire?

di Antonio Moscatello

La televisione, da due anni e mezzo a questa parte, ci offre una quantità mai vista prima di talk show e questo rende sempre più labile e impercettibile il confine tra informazione e entertainment, purtroppo anche quando gli ospiti di tali programmi sono giornalisti.

La percezione è che, in molti di questi contenitori, una parte consistente degli ospiti sia scelta per svolgere una parte predeterminata nel dibattito in modo da favorire la spettacolarizzazione e, quindi, accrescere l’audience.

Si tratta di un fatto, per quanto legittimo, fortemente discutibile quando s’affrontano temi importanti come una pandemia, che ha provocato decine di migliaia di vittime, o una devastante guerra la quale rischia, tra l’altro, d’innescare un’escalation incontrollabile.

Spesso si punta il dito sulle fake news e si discute di quanto tali false informazioni, costruite a tavolino, inquinino il dibattito pubblico. Sarebbe tuttavia il caso di allargare il focus e valutare gli effetti deleteri della commistione tra informazione e entertainment.

Uno di questi è certamente l’artificiosa polarizzazione delle posizioni, che finisce per mettere in evidenza esclusivamente le ali estreme del dibattito, non lasciando spazio a una discussione pacata e analitica e contribuendo a radicalizzare l’opinione pubblica. La spettacolarizzazione degli argomenti, ovviamente, richiede che si alzino i toni.

L’altro effetto, che impatta direttamente sulla nostra professione, è la formazione di professionalità specializzate nel dibattito televisivo in sé, le quali migrano da uno studio Tv all’altro a mettere in scena l’eterno battibecco utile ai rilanci social del giorno dopo. Ma questo tipo di figure possono ancora esser considerate giornalisti, professionisti cioè votati alla produzione di informazione e legati a una serie di vincoli deontologici? O possiamo dire che si tratta di personaggi televisivi i quali semplicemente mettono in scena dei ruoli predefiniti?

Il fatto che, in molti casi, a curare gli ingaggi di questi colleghi siano agenti specializzati, spesso gli stessi che si occupano anche degli attori e di altre figure del mondo dello spettacolo, fa riflettere in questo senso. Io penso che i colleghi che si fanno gestire da agenti dello spettacolo commettano un errore professionale. E che le trasmissioni di approfondimento giornalistico – se tali vogliono tornare a essere – non devono affidarsi per la selezione delle collaborazioni giornalistiche a professionalità e meccanismi propri di altri settori.


Ma soprattutto ritengo che sia anche arrivato un momento in cui l’Ordine dei giornalisti – un’istituzione vissuta con sempre maggiore scetticismo dalla categoria – metta mano a questo problema. Come è vietato ai giornalisti fare pubblicità, si dovrebbe cominciare a ragionare di una regolamentazione della loro auto-promozione. Non so come sia possibile farlo, ma ritengo che avviare una riflessione su questo tema sia giusto e opportuno, perché questa modalità di rappresentazione del giornalismo sta facendo un enorme, quotidiano danno al modo in cui la nostra categoria è percepita dall’opinione pubblica.

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