Contratto: non è tempo per trattare con gli editori

di Stefano Romita 

 

 

 

 

STAGIONE DI CONTRATTO? NO GRAZIE Ogni rinnovo contrattuale inizia con una guerra di posizione a cui segue di solito un fuoco di sbarramento e la costruzione di trincee da dove far trapelare più o meno chiaramente una disponibilità vera o presunta a trattare.

Normalmente la trattativa è molto deludente poiché il tema centrale è sempre e solo il costo del lavoro divenuto “insostenibile” e mai le condizioni dei lavoratori o il loro salario divenuto inadeguato a tutto. Nel caso dei giornalisti tuttavia gli editori da anni non hanno più neanche bisogno di discutere un rinnovo contrattuale per agire sul costo della mano d’opera intellettuale, chiamiamola così. Le deroghe al contratto si accompagnano alle crisi aziendali che si susseguono puntualmente e le richieste di ammortizzatori sociali, sgravi, attenzioni fiscali e trattamenti agevolati sono all’ordine del giorno.

I contratti di solidarietà, ad esempio, erano nati a condizione che le aziende investissero nelle nuove tecnologie o in tutto quello che era necessario per restare al passo con il cambiamento epocale dell’editoria. Quasi nessuna lo ha fatto. Ora è la pubblicità a calare, ora sono i lettori, ora è infine il numero “esagerato” dei giornalisti nelle redazioni. Mai un “mea culpa” manageriale per aver sbagliato indirizzi e piani editoriali. Tra prepensionamenti, disdetta di Patti integrativi, chiusura delle redazioni locali o trasferimenti nelle sedi centrali, gli editori hanno già operato bei tagli a costi e personale. In una stagione di cassa Covid dove lo Stato è intervenuto ancora una volta per arginare una situazione di grave difficoltà lavorativa e dove per natura stessa della pandemia tutto si è fermato, assistiamo però da settimane alla curiosa pantomima di editori che mettono la testa fuori dalla trincea dicendosi interessati a fissare nuove regole. Già l’aver visto come siano state calpestate le vecchie dovrebbe farci riflettere attentamente e far declinare l’invito.

Ma è proprio la fase drammatica che tutta l’Italia sta vivendo e che vivrà probabilmente per tutto il 2021 a rendere inaccettabile alcun tipo di dialogo o di tavolo sindacale che dir si voglia. Senza contare poi che il Governo sta ancora studiando la nuova legge dell’editoria che dovrebbe fissare il perimetro dentro al quale un eventuale nuovo contratto potrebbe essere inserito o discusso. Senza sapere infatti le nuove regole del gioco perché mai giocare? Tuttavia c’è chi incoscientemente immagina di farlo e si appella al senso di responsabilità dei giornalisti e alla comprensione che è arrivato il momento di cambiare i comandamenti stessi della professione. A partire dalla conformazione delle redazioni che si vorrebbero far diventare luoghi aperti ai soli collaboratori gestiti da qualche responsabile interno senza troppi scrupoli.

A leggere l’idea di nuovo giornalismo gettata li’da John Elkann, c’è da preoccuparsi seriamente. E dire che è figlio di un giornalista. Indubbiamente il futuro sarà sempre più digitale e che crescano abbonati e lettori in quella direzione è la scoperta dell’America. Ma in questo momento non è proprio il caso di parlarne. E il solo motivo che siamo da mesi in pieno home working non può essere un alibi per metterci tutti a casa definitivamente.

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