I giganti stanno salendo sulle spalle dei nani.

di Michele Mezza

Rai e Mediaset rispondono alla sfida che ormai da tempo è venuta dalle piattaforme digitali e dai sistemi di streaming che hanno ormai stressato l’idea di personalizzazione dell’offerta televisiva.

Il gruppo di Berlusconi procede con un nuovo scossone sulla via dell’internazionalizzazione, adeguando la propria fabbrica delle news ai modelli europei. La tripartizione, che era stata pensata ad Arcore come risposta di marketing politico al profilo della Rai – che vedeva il TG5 rivaleggiare come voce istituzionale con il TG1, il TG4 bilanciare a destra il TG3, e Studio Aperto seguire il languido percorso  generalista del TG2 – oggi non ha più alcun senso, visto anche il declino delle nicchie di appartenenza delle testate del servizio pubblico. Inoltre le performance del TGCom di Paolo Liguori, dove il rapporto costo-notizia è di gran lunga il più vantaggioso sul mercato televisivo nazionale, e il cui uso interno, come agenzia che aggrega ed elabora l’offerta digitale, e si propone come  tappa buchi dei palinsesti delle tre reti principali, si dimostra più efficace del dirimpettaio RaiNews24,hanno convinto il vertice aziendale  che la strada dell’integrazione produttiva è oggi l’unica che permetta industrialmente un presidio diretto sul versante della produzione di informazione audiovisiva.

Seguendo una banale strategia, che in tutta Europa vede i gruppi televisivi unificare le fabbriche e moltiplicare le vetrine, risparmiando lì dove appare più costosa l’attività, come la raccolta e produzione diretta di news, e invece estendendo l’offerta dove è più vantaggiosa, come nei format distributivi, si sta arrivando ad una redazione basic unica, che raccoglie e realizza tutti i materiali nelle 24 ore, che poi vengono tipicizzati dai singoli desk di messa in onda. Si tratta di nulla di più di applicare la lezione che abbiamo imparato negli anni scorsi dai social, dove si ottimizzano le pubblicazioni sulla base dei magazzini e delle memorie che si connettono alla redazione.

Ovviamente questo processo di unificazione diventa anche la premessa di una prossima fase di automatizzazione di attività giornalistiche dirette. Già oggi in molte testate italiane, come è stato documentato dalle ricerca I Nuovi Percorsi della notizia (https://www.odg.it/i-nuovi-percorsi-della-notizia/37814 ) curata dall’Ordine nazionale dei giornalisti insieme all’Università Federico II nel 2020, sono in corso forme di automatizzazione della pubblicazione di post nei social. Dai segmenti digitali questi software di automatizzazione stanno risalendo la filiera arrivando al cuore delle redazioni.  L’obbiettivo è quello di diversificare le produzioni, re impaginando e riformulando la stessa notizia per modelli di utilità ripetuta, come fanno le testate della carta stampata con rubriche, supplementi e servizi on line tipo le newsletter.

Mediaset entra così nel mercato di un’offerta giornalistica che sarà sempre più determinata dal marketing editoriale e dai dispositivi di intelligenza artificiale. Il buco nero riguarda non tanto la contaminazione del mestiere con queste intrusioni tecnologiche e commerciali, quanto nella capacità delle redazioni di negoziare e riprogrammare queste risorse disponibili. La redazione unica è il campo di battaglia, dove diventa più agevole automatizzare ma dove prende corso anche un soggetto negoziale più consistente e determinante dell’attività complessiva delle reti.

La strategia di mediaset sulle news non sembra molto diversa dal piano che Carlo Verdelli propose all’allora direttore generale Campo Dell’Orto, nel 2017.In quell’occasione, dopo molte contorsioni, si arrivò ad un annacquamento del progetto che lo rese del tutto inefficace e dunque facilmente neutralizzabile. Per bocciare quella proposta decisiva fu l’opposizione sindacale dei giornalisti, che per l’ennesima volta confermò che solo lo status quo delle canne d’organo protegge la categoria in azienda. In realtà ormai da tempo il peso dei giornalisti , persino in Rai, è marginale. Il Punto di snodo, per chi fosse interessato all’antiquariato sindacale, fu il primo vero piano di ristrutturazione, elaborato da Pierluigi Celli a cavallo del 2000, in cui l’azienda veniva suddivisa in divisione che rendevano visibile la propria capacità di offerta e di produzione. Anche allora una miope opposizione dell’Usigrai impedi di costituire la famosa sesta divisione , quella dell’informazione, che avrebbe resi centrale nell’azienda il sistema industriale delle news. Da allora si sono susseguiti timide velleità iniziali da parte dei vari gruppi di vertice che si sono alternati al settimo piano di Viale Mazzini, sempre infrante sulla barriere dal non possumus sindacale, che era la migliore garanzia per la sopravvivenza di una tripartizione senza partiti.  

Il vuoto lasciato dalla morsa politica, sempre più ridotta a puro clientelismo d’accatto esercitato da qualche parlamentare che si accredita come interfaccia del proprio partito, è oggi colmato nelle testate da cordate e salotti che si esercitano in organigrammi notabiliari. Il presupposto di questa attività è la disponibilità di poltrone, e dunque la moltiplicazione di funzioni. Nel passato c’è da ricordare come già l’unificazione dei GR, avvenuta nel 1993, in quella parentesi di parresìa, ossia nell’audace ricerca neutra della verità, direbbe il professor Umberto Galimberti, che rappresentò la fugace gestione dei professori, fu vissuta come un trauma, benchè fosse sostenuta dal carisma di un direttore, come Livio Zanetti, non sospetto di furbizie lottizzatrici. La riduzione dei vice direttori da 13 a 3, e dei capi redattori da 52 a 18, fu un vero shock che non venne mai metabolizzato, tanto è vero che appena si ripristinò il controllo politico, si trovò il modo di mascherare una riproposizione di quella grande abbuffata di nomine. Un ulteriore tappa della marcia mancata sulla via della razionalizzazione fu poi Rainews 24, con la guerra preventiva che venne condotta sia sul versante dell’organizzazione, per riprodurre nella testata a ciclo continui lo stesso modello spartitorio dei TG, sia per marginalizzare quell’esperienza che prevedeva un uso intensivo della rete come fonte e modello linguistico rispetto al teatrino degli inviati che si accalcavano tutti attorno allo stesso ministro.

Il nuovo vertice aziendale, giunto con l’aura di Camelot, senza macchia e senza paura, e, si diceva con un mandato esplicito da parte di Palazzo Chigi nell’adeguare l’azienda pubblica alle forme di una reale competizione sul mercato multimediale, si trova oggi alle prese con il suo battesimo del fuoco del primo giro di nomine giornalistiche. E qui sembra che sia a rischio la supposta verginità lottizzatoria dei due dioscuri Soldi e Fuortes, atterrati nel cortile del palazzo dell’amianto con bombole d’ossigeno per sopravvivere all’inquinamento, sembrano invece già in terapia intensiva. I nomi che circolano, sperando di essere smentiti, ci sembrano vere caricature per farci rimpiangere le grandi infornate notturne di ferragosto.

Ogni direttore, o ancora più probabilmente direttora, in pole position , sembra una multiproprietà, condivisa da spezzoni di quello che resta dei partiti. Candidature non unitarie o riconosciute, ma in subaffitto occasionale. Ma al di là dei nomi è evidente che la procedura e l’enfasi nella coloritura delle appartenenze ci conferma che tutto quel lavorio sulle strutture trasversali e tematiche – gli approfondimenti, il day time ,ecc- per l’ennesima volta è pura finzione. Ognuno rimane padrone esclusivo a casa sua e riprodurrà ancora nella propria testata quanto faranno i suoi concorrenti interni. Con la differenza che qualche decennio fa quelle testate erano leader nell’egemonia informativa, oggi sono occasionali gregari di un brusio comunicativo che sovrasta la TV Generalista e sostituisce i contatti dei TG, come abbiamo visto nella pandemia, dove in nessun momento le redazioni dei TG hanno potuto e saputo contare nel senso comune.

Tre sono dunque i nodi che si intravvedono : 

  1. Come il riassesto fra satellite e digitale terrestre potrà essere usato dalle TV generaliste per consolidare un proprio zoccolo duro nell’informazione.
  2. Come l’integrazione fra imprese digitali, come Fanpage o l’Inkiesta e palinsesti generalisti, come è stato sperimentato da La7, offra nuove risorse al palcoscenico generaliste.
  3. Come l’esperienza delle piattaforme digitali come RaiPlay o Infinity potranno riformulare un modello industriale del giornalismo televisivo di massa.

Nodi che sembrano dal tutto avulsi dal dibattito sindacale della categoria come le recenti campagne elettorali dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Usigrai hanno dimostrato. Oltre che fastidiosamente contraddittori per l’ennesimo giro di valzer attorno al cavallo morente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.