Tim e i giornali, perché la nuova guerra delle Tlc rivaluta la funzione dei social

di Michele Mezza

(articolo pubblicato il 22 novembre 2021 su key4biz)

Non c’è niente come una baruffa fra manine e persuasori della carta stampata per rivalutare la funzione dei social, anche nella versione più truculenta.

Quanto stiamo vedendo nella contesa sul destino di TIM ci ricorda perché sia nata la rete e come stia sostituendo il potere baronale che viene ancora esercitato in questi ultimi scampoli di protagonismo obliquo delle testate.

La nuova guerra della Tlc

La nuova guerra delle telecomunicazioni  che sta divampando in queste ore mettendo a repentaglio le possibilità di una strategia autonoma e propulsiva del sistema  Italia, vede in campo tutto l’armamentario tradizionale di quel reticolo lobbistico e familistico che ancora presidia il sistema delle comunicazioni  nazionali.

Proprio quando si sta discutendo di banda larga, e di cloud nazionale, in cui TIM diventa architrave dell’intero sistema delle memorie e della connessione italiana, si presenta una società, presieduta per altro dall’ex capo della CIA, nonché comandante in capo in Iraq delle truppe americane Petyreus, e candidamente si propone come proprietario unico di tutto questo ben di Dio. Cosa che in Francia o in Germania non avrebbero aperto nemmeno la busta che contiene la proposta. Invece da noi non solo l’accogliamo con serenità, ma la sollecitiamo  festosamente. Sembrano ritornare i fasti di quella allegra macchina da guerra che vide nel ’97 avviarsi la privatizzazione della STET, in uno scoppiettare di candidature e successione di cordate, una più disastrosa dell’altra, mentre il presidente del consiglio del tempo, Massimo D’Alema, celebrava i capitani coraggiosi italiani che poi si rivelarono modesti e fallimentari caporali di giornata.

Reply nel mondo dell’informazione

Tutto ciò si sta ripetendo in uno sbigottito gioco delle parti nel campo dell’informazione.

Mentre , come sempre, l’informazione televisiva, soprattutto quella del servizio pubblico, si rifugia in anodini servizi di cronaca asettica, in particolare le due portaerei della flotta dei quotidiani italiani hanno preso baldanzosamente il mare, mostrando le rispettive artiglierie di manine e gole profonde che manovrano attorno alle pagine di Repubblica Corriere della Sera.

In pochi giorni abbiamo visto  il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari muovere, sulla scia della strategia del socio francese di Vivendi, contro l’amministratore delegato di TIM, Luigi Gubitosi, per arrivare alla sua rimozione, anche sulla scorta di un quadro effettivamente desolante della sua gestione, che vede, ultima ciliegina, il completo fallimento di un tortuoso accrocco con Dazn sui diritti del calcio.

Subito, risponde  lo scoop del Corriere della sera  che non solo ci informa della mossa del gruppo finanziario americano KKR per acquistare TIM, ma ce ne dettaglia i particolari di una proposta che sembra ritagliata su misura proprio sul profilo dello stesso di Gubitosi e del suo staff, che verrebbero blindati proprio dalla struttura del take over di KKR.

In mezzo un consiglio di amministrazione di una società quotata in borsa, e dunque tenuta a cautele e vincoli di trasparenza che sembrano alquanto e disinvoltamente aggirati, convocarsi e sconvocarsi per procedere urgentemente con misure forti  di sostegno  al sistema TIM in caduta libera.

Lavorio dietro le quinte

Dietro a questi maneggi e rivelazioni pilotate, come ci informa Paolo Madron, un giornalista di lunga navigazione nel mondo dell’economia e della finanza nazionali nel suo giornale on line (https://www.tag43.it/tim-cda-gubitosi-kkr-vivendi/ ) un lavorìo  di squadre di comunicatori che hanno messo in campo tutto l’armamentario professionale e famigliare per condurre le rispettive irruzioni sulla scena giornalistica.

Gubitosi, forte di un team consolidato nella sua, anche lì non felicissima, esperienza al vertice Rai, dove vecchi dirigenti corsari della lottizzazione del cavallo si combinano con rampanti società di PR e ramificate relazioni matrimoniali che arrivano nel cuore del principale quotidiano nazionale, cerca di difendere la sua posizione che pare definitivamente compromessa da un severo giudizio sia degli azionisti prevalenti che della stragrande maggioranza del consiglio di amministrazione.

Dall’altra parte l’armata francese di Vivendi, che mantiene sempre  il piede in Mediaset, dopo l’armistizio in base al quale dovrà gradualmente ritirarsi, usufruisce di una sequenza di  anticipazioni con cui  Repubblica  affonda  la credibilità dell’attuale vertice di TIM lasciando oggettivamente ai francesi l’opzione di diventare il padrone assoluto non solo e non tanto dell’ex monopolista della telecomunicazioni nazionali quanto della strategia di cablaggio dell’intero paese.

In tutto questo tintinnar di sciabole  giornalistiche rimane assordante il silenzio del governo, che non viene nemmeno sollecitato dai partiti della maggioranza a bloccare la rissa ed a fissare paletti visibili e vincolanti sull’intero tema della connettività sia per la rete fissa che per le nuove forme di sviluppo in 5G di quella mobile.

Quale credibilità?

Il punto su cui vorremmo però concentrarci è proprio la credibilità di quanto continueremo a leggere sulle pagine dei due più accreditati quotidiani nazionali.

Quali  vie stanno seguendo le notizie che  arrivano su quelle pagine? E quali  interessenze avranno i rispettivi gruppi editoriali sull’epilogo di questa guerra di telecomunicazioni? Sono domande che devono sempre essere presenti, proprio in uno scenario dove i giornali, nella loro capacità residuale di produrre opinione, o comunque innestare circuiti informativi, appaiono ancora essenziali per accompagnare processi di riassestamento degli apparati economici e finanziari.

Forse sarebbe il caso che la Consob, insieme all’Agcom definissero modalità e forme di garanzia per gli utenti, rendendo sempre trasparenti e chiare, le componenti in gioco. Come è possibile che perfino le lobbies sono in qualche modo costrette ad essere classificabili e pubbliche e invece l’azione delle agenzie di PR, o degli staff di comunicazione non siano rilevabili e pubblicamente comunicati. Tanto più se insorgono problemi di conflitti d’interesse in cui giornalisti che si occupano di un certo tema sono anche congiunti di chi organizza per conto di interessi particolari le strategie di comunicazione su quel tema.

Potrebbe essere un modo per usare proficuamente e civilmente anche questa crisi momentanea.

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