Un centesimo a parola. L’inferno di una collaboratrice

 

di  Martin Eden

 

È vero: a novembre ho scritto 33 articoli e mi sono stati pagati 145,75 euro. Ho ricevuto una media di 4,50 euro ad articolo. In due anni di contratto ci sono stati mesi in cui mi è andata anche peggio ma solo perché ho scritto meno pezzi: è questa la condizione dei collaboratori retribuiti a cottimo. Nel mio caso se scrivi ricevi poco, in base alla lunghezza dell’articolo da 0,50 centesimi a 7 euro, se non scrivi non ricevi nulla. È un trattamento senza nessuna certezza, senza un base minima garantita. E non ci si abitua mai a ricevere una media di cento euro mensili. Guardo gli avvisi di pagamento degli ultimi due anni e provo vergogna. Torno sulla busta di novembre e leggo i titoli degli articoli che ho inviato. Analizzo la loro lunghezza e quanto sono stati valutati dal gruppo Gedi. Scrivo per una testata giornalistica che ne fa parte. Il primo articolo indicato in busta si riferisce, nemmeno a farlo apposta, alla protesta di alcuni operai che chiedevano di essere pagati dall’azienda per la quale lavoravano. A quella protesta ho dedicato 15 moduli, circa duemila caratteri, 35 righe. In totale sono 324 parole. Ogni parola che ho scritto, per il gruppo Gedi, ha un valore di 0,01 centesimo di euro.

La verità sta nei numeri ma i numeri non dicono tutto. Nell’ottobre 2018 ho vissuto il mio momento di gloria. In quel mese, oltre a compiere 27 anni, ho ricevuto 189,42 euro. Avevo inviato 53 articoli e mi ero in messa in testa di voler arrivare ad ottenere le duecento euro mensili. Quell’arrotondamento era diventato una questione di principio e il mio piano sarebbe stato possibile solo se avessi rispettato una severa tabella di marcia. Poi serviva anche un pizzico di fede: cioè contare sulla garanzia della pubblicazione. Non tutto ciò che scrivo vede la luce, ovvio, ma per la formulazione del cottimo la pubblicazione è determinante. L’obiettivo delle duecento euro alla fine non l’ho mai raggiunto e oggi non trovo traccia di quegli articoli scritti, mai apparsi sul giornale e nemmeno in busta: alcuni erano stati commissionati dal caposervizio, poi, come succede sempre in un giornale, si verificano degli imprevisti, in chiusura saltano le pagine e le notizie meno importanti vengono rimandate, poi rimandate ancora e ancora. E un giornalista lo sa, le notizie invecchiano. A volte durano solo un giorno. Di quelle parole mai pubblicate non è possibile quantificarne il valore, la certezza è che per il gruppo Gedi non sfiori il centesimo. Mai.

In questi mesi di riduzione delle pagine, vuoi per la nuova impaginazione grafica, vuoi per le scelte di redazione, è emersa un’ulteriore debolezza della mia condizione. Me ne sono resa conto incontrando parole pesanti, come “conflitto d’interessi”. Parole che ho dovuto usare perché anche nella cronaca di una piccola provincia capita di dover scrivere di eventi che le rappresentano. E sono parole che non possono essere utilizzate a cuor leggero in condizioni normali, figuriamoci con un’entrata, incerta, di un centinaio di euro al mese. I numeri della mia busta mi avrebbero messo di fronte ad altri numeri, quelli indicati nella parcella di un avvocato. Ogni virgola mi sarebbe potuta costare più di quello che a cose normali potevo vantare in banca, ma ogni omissione sarebbe equivalsa a una sconfitta. La mia condizione mi ha portato al punto di iniziare a lavorare come una folle, incosciente dei rischi ai quali mi esponevo ogniqualvolta trovassi una notizia rilevante. Quante parole avrei dovuto scrivere per ripagare il mio avvocato?

Circa cinquantamila. La scorsa stagione estiva ho quindi deciso di cambiare campo, o meglio, di invaderne temporaneamente un altro. Non potevo continuare a scrivere con la paura di impiegare certe parole. Per questo ho iniziato a cercare qualcosa da fare che mi avrebbe permesso anche di mantenere la collaborazione con il giornale e magari pagare il costo di un affitto. Ho trovato lavoro in un stabilimento balneare e fra le varie mansioni che mi sono state offerte ce n’è stata una che faceva al caso mio: due ore al giorno, ogni sera, a fare le pulizie. La mia immagine intenta a pulire i pavimenti non mi sconvolgeva. Anzi. Ero felicissima di aver trovato un lavoro che mi richiedeva solo di fare un gesto meccanico un paio di ore alla fine della giornata. Il resto del tempo avrei potuto dedicarlo interamente al giornale. Passavo quindi dalle inaugurazioni ufficiali e dai banchetti illustri al mattino, a spazzare via i granelli di sabbia incastrati tra le cabine alla sera.

Lo stordimento di quegli alti e bassi era reso ancora più confuso dalle retribuzioni che mi spettavano. In media trascorrevo otto – nove ore al giorno come giornalista e due come operaia. Eppure la differenza tra i due stipendi era abissale. Mentre spazzavo granelli di sabbia controvento non potevo fare a meno di pensare all’articolo 21 della Costituzione e a quanto fosse soggetto alle precarie condizioni di lavoro dei suoi rappresentanti.

Se mi guardo indietro, oggi che consegno tutti i moduli richiesti per l’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti, mi rendo conto di essere soddisfatta. Forse perché ripenso a come è iniziata questa storia e alla prima esperienza di lavoro avuta nel campo giornalistico. Nel 2016 bussando alle porte delle poche testate giornalistiche della provincia, l’unica che si è aperta è stata quella di una televisione privata. Quel giorno ho esposto al direttore il mio curriculum e gli ho raccontato della mia esperienza all’estero, del fatto che avevo deciso di voler parlare, e scrivere, nella lingua dei miei pensieri. Il colloquio andò bene ma i mesi a venire li ho trascorsi inseguendolo ogni settimana per rivendicare un compenso.

Lui mi evitava come si evita la peste, mentre le mie colleghe, già professioniste o pubbliciste, mi guardavano un poco stizzite: non venivano pagate da mesi, per quale folle ragione mi arrogavo il diritto di poter contare su un trattamento diverso, io, ultima arrivata? C’è una conversazione che mi è rimasta particolarmente impressa di quel periodo. In televisione, in lotta per ottenere il tesserino da pubblicista, c’era anche una ragazza della mia stessa età. Le chiesi perché non si unisse a me nella protesta per ottenere almeno un rimborso spese. Mi rispose così: “Io ci tengo veramente a diventare giornalista”.

Busta paga di una ex collaboratrice

Se adattarsi a dei compensi simili è impensabile, ciò che in questi ultimi mesi mi ha fatto riflettere è la scarsa considerazione che molti redattori hanno dei collaboratori. Qualche giorno fa il mio capo mi ha scritto un messaggio, in tarda serata: “giornale in sciopero fino a lunedì, ciao”. Ci sono rimasta. In solidarietà ai poligrafici avevo accettato di non firmare i miei pezzi; in solidarietà alle mie colleghe della televisione non avevo accettato di rimpiazzarle nei fine settimana; in solidarietà di una giornalista ho testimoniato per una vertenza sindacale; non scatto fotografie per evitare di creare problemi ai fotografi professionisti.

Ma per i collaboratori nemmeno un messaggio per spiegare le ragioni di uno sciopero di tre giorni. Come se quei tre giorni di non lavoro non influissero anche sulle loro vite. Come se dagli inquadramenti contrattuali derivassero anche trattamenti più o meno umani in termini di comunicazione. Mi sono sentita trattata come una merda, e mi si passi il termine perché è questa la parola da utilizzare. Nella mia testa vorticavano i tanti biasimi del capo servizio per i “buchi” incassati dalla concorrenza, ma i “buchi” riservati a me, invece, erano dati per scontati. “Giornale in sciopero fino a lunedì, ciao”. Sette parole. A me le avrebbero pagate sette centesimi. Chissà se lo sapeva.

Concludo questo percorso per diventare giornalista pubblicista con un anno di ritardo. Quell’anno mi è stato rubato da una televisione privata che continua a sfornare giornalisti facendo carte false. I due anni che mi sono stati riconosciuti li ho affrontati tenendo a mente che avrei potuto mollare da un momento all’altro e che all’estero le cose sarebbero potute essere più semplici e più giuste, ma sono contenta di non aver gettato la spugna perché lo avrei rimpianto per sempre. Ciò di cui sono convinta, però, è che là fuori ci siano cronisti molto più in gamba di me che di fronte a queste condizioni di lavoro non possono perseguire il loro obiettivo. L’impressione è che per accedere al mondo del giornalismo si debba attraversare una selezione poco democratica e che questo mondo non tenga conto della fragilità delle sua fondamenta. Una banalità? Forse, ma non significa che le cose debbano, e possano, restare così.

2 Replies to “Un centesimo a parola. L’inferno di una collaboratrice”

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