I premi e le redazioni

Nei giorni scorsi ha suscitato un certo scalpore nella comunità dei giornalisti il premio istituto dal nuovo direttore di Repubblica Maurizio Molinari.

A chi, segnalato dai responsabili delle redazioni, si è particolarmente distinto per il livello e la qualità del lavoro spetteranno 600 euro lordi. Un incoraggiamento nelle intenzioni di Molinari a stimolare una specie di etica calvinista, premiante sul piano della attenzione dei  lettori e con un riconoscimento concreto del lavoro.

La logica di premi è una logica nello stesso tempo liberale e liberista e un po’ ancien regime.

Liberale e liberista perchè assomiglia molto alle curve prestazionali mutuate dagli Stati Uniti. Non è un caso che sui social ci si sia sbizzarriti nei commenti con le foto del “principe” Eddie Murphy indicato come addetto della settimana in una simil catena McDonald.

Gli stessi social hanno anche tirato fuori l’immagine immortale e tutta italiana di Fantozzi, dell’impiegato che fa carriera partendo proprio dal grado più basso, quello di leccare francobolli. Senza arrivare agli eccessi del ragioner Ugo il riferimento molto più Fiat può essere quello di Valletta o di Romiti, di un valore aziendale costruito sul modello della fedeltà premiante.

Le questioni strettamente e prettamente sindacali di questa vicenda sono due.

Da un lato Repubblica sta onorando un contratto di solidarietà nel quale colleghi e colleghe rinunciano a qualcosa per dare sostanza al giornale, conservando il posto di lavoro. E tutte le risorse aggiuntive che l’azienda può iniettare dentro il giornale dovrebbero servire a ridurre questa percentuale.

Sul piano dei collaboratori si sono ridotti in questi anni spazio, numero e compensi. Certamente l’estensione della premialità anche ai collaboratori potrebbe essere un segnale di attenzione. 600 euro lordi settimanali sono identici alla somma mensile che il Governo sta stanziando come supporto ad un reddito dei freelance drasticamente intaccato dall’emergenza Covid.

Ma proprio il contratto ci induce ad un’altra riflessione.

Molinari non è il primo direttore nelle grandi aziende a utilizzare leve economiche. I bonus, non codificati, hanno avuto e hanno un sapore molto diverso. Talvolta sono appunto premi, tal’altra sono compensazioni in busta paga (superminimi?) per chi non è stato valorizzato e promosso. Proprio l’uso oscillante e spesso pregiudicato delle premialità ci deve far tornare all’etica del contratto.

Il contratto individua nella progressione delle carriere l’elemento che individua e premia la professionalità individuale, il contributo individuale al lavoro di gruppo.

Magari in altre stagioni del nostro mestiere gli editori pubblici e privati hanno sprecato soldi con scelte sbagliate senza chiedere troppo conto ai direttori perchè poi qualcuno (lo Stato?) copriva quel “buco”. Oggi non è più così. E allora il contratto resta la strada maestra perchè si sviluppi armoniosamente l’opera collettiva dell’ingegno, che era e resta un giornale.

NdR: Ovvio che questo premio è anche una cartina di tornasole del recente cambio di direzione e delle rotte editoriali che Molinari sta seguendo a Repubblica ma lì il giudizio è e sarà tutto della redazione e dei lettori di un giornale che continua a essere un punto di riferimento nel nostro paese.

 

di Lazzaro Pappagallo, Segretario Associazione Stampa Romana 

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