7 euro: il prezzo ingiusto del lavoro

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di un collaboratore del Messaggero.
Racconta cosa sta accadendo e come sta vivendo la richiesta di tagli ai propri compensi.

Il diritto al lavoro e il riconoscimento di un adeguato compenso per i collaboratori esterni de Il Messaggero. Sono i cardini della battaglia che in queste ore si sta portando avanti dentro e fuori le redazioni del quotidiano. Per tutta risposta, però, mercoledì 8 luglio scorso, il neo direttore Massimo Martinelli, fresco di nomina, ha firmato una lettera arrivata a tutti i collaboratori per ‘invitare’ gli stessi ad accettare “la proposta sui nuovi compensi previsti per le edizioni provinciali e regionali”.

Come denunciato anche da Stampa Romana attraverso una serie di interventi si tratta di tagli unilaterali che lasciano i lavoratori senza alcuna garanzia e tutela, che riducono il tariffario a somme (7 euro per un pezzo da 900 a 2.500 battute) decisamente poco dignitose per il lavoro giornalistico che quotidianamente l’informazione di qualità richiede.
Sono tra i destinatari di quella lettera e ho faticato non poco nel vedere nero su bianco la poca attenzione riservata al valore della dignità del lavoro.

Sette euro a fronte di un impegno che vale la pena descrivere in maniera più approfondita. Sette euro per rispondere tutti i giorni – domeniche e festivi compresi – ad una richiesta di informazione che in un territorio provinciale è ancora (e per fortuna) importante, al netto delle rivoluzioni web e della comunicazione social. I lettori nella quasi totalità dei casi ci conoscono personalmente e si affidano al nostro lavoro ad occhi chiusi: con noi hanno sottoscritto da anni un patto di fidelizzazione e sanno che dietro la produzione quotidiana di un pezzo, dietro quella firma, c’è un lavoro di verifica, di confronto, di veridicità della notizia che è il nocciolo sano del mondo dell’informazione.

L’impegno diventa, così, totale e in virtù del contatto continuo con il territorio in cui viviamo non conosce limiti di tempo e di spazio. Questo è il mio lavoro da quasi 20 anni. Questo è il lavoro di tanti collaboratori che sui loro territori sono diventati un riferimento per la comunità.

Non a caso, nella missiva il neo direttore Martinelli riconosce “l’impegno che si offre al giornale” e conferma di essere alla guida di “un giornale sano grazie al lavoro di tutti coloro che mettono la firma sotto un articolo”. Viene da chiedersi, quindi, il perché delle decurtazioni dei tariffari. Sono chiaramente lontani i tempi in cui un giornalista poteva permettersi di vivere della collaborazione prestata in un quotidiano, almeno in provincia. Ma è altrettanto vero che “il sacrificio” che oggi si chiede a chi un tempo con quella collaborazione poteva pagare il mutuo è davvero troppo grosso. Oggi, quei sette euro, hanno il sapore della fine del giornalismo vero, che si vuole per forza svuotare di professionalità e relegare ad attività di volontariato.
In chiusura un passaggio che ho letto con incredulità e amarezza: “Ho ritenuto di offrirti queste considerazioni in un momento di decisioni delicate in cui Il Messaggero ha bisogno di sentire ancora di più il sostegno e la partecipazione di chi fino ad oggi ha contribuito a renderlo un grande giornale”. Sostegno e partecipazione si chiedono a noi collaboratori che dobbiamo anche comprare il giornale in edicola per leggere gli articoli che scriviamo?

Il termine fissato per l’accettazione della “proposta” è il 14 luglio prossimo e il mio auspicio, insieme a tanti colleghi che in queste ore hanno scelto di scioperare, è che l’editore possa rivedere quanto fino ad ora sembra essere una decisione definitiva. Ne va di un’ampia fetta di qualità dell’informazione locale che rischia di ridursi, o peggio di sparire.

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