Fondo Pensione Complementare: la platea va allargata, ai giornalisti!

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Vogliono obbligare i comunicatori a passare all’Inpgi – nella speranza vana di ridurne il deficit – ma allo stesso tempo non vogliono che gli stessi colleghi possano aderire al fondo pensione. Un paradosso (a essere generosi), una sciocchezza (a essere schietti) che vede protagonisti gli stessi soggetti, fonti istitutive sia del primo pilastro pensionistico dei giornalisti italiani, l’Inpgi, sia del secondo, il Fondo Pensione Complementare dei Giornalisti Italiani.

Da quando è stata sollevata l’ipotesi di trasferire in Inpgi i comunicatori, abbiamo cominciato a porre la questione in Consiglio d’Amministrazione del Fondo pensione, invitando i rappresentanti della Fieg (nel Cda del Fondo siedono sei rappresentanti dei giornalisti e sei degli editori) ad adottare coerentemente un’analoga decisione per quando riguarda lo strumento di previdenza complementare della categoria, che è ad adesione volontaria.

Il ruolo di Fieg in questa partita è determinante, visto che i criteri di adesione sono determinati dallo Statuto del Fondo Pensione e questo è definito e scritto – appunto – dalle fonti istitutive. I rappresentanti degli editori hanno prima svicolato, temendo che l’adesione al fondo pensione possa rappresentare un modo dei colleghi per ottenere il contratto, poi addotto l’impedimento di alcune norme (senza mai specificarle), quindi accondisceso a discutere del tema in una “commissione allargamento platea degli iscritti”, che procede come la tela di Penelope (visto il sostanziale diritto di veto da parte di Fieg).

L’esclusione dei colleghi dalla possibilità di aderire al fondo pensione (possono soltanto i contrattualizzati con articolo 1, 2, 35 e 36, nonché i loro familiari a carico e i co.co.co.) è ancora più insopportabile perché esclude proprio la parte più debole della categoria: i giornalisti che lavorano a partita iva, non contrattualizzati, cui si preclude l’adesione ad uno strumento vigilato, trasparente e poco costoso che viene tenuto riservato solo al gotha della stampa. Costringendo chi riuscisse a risparmiare qualche euro, ad iscriversi ai fondi pensione di mercato – aperti e Pip – che non hanno rappresentanza degli aderenti e soprattutto costano molto più di quello di categoria: è stato calcolato che un punto percentuale di differenza in termini di costo determina nel corso di una carriera lavorativa un taglio delle prestazioni del 20%; il nostro Fondo ha un costo dello 0,4% contro l’1,1% medio dei fondi aperti e il 2% dei Pip. E la Fnsi nel frattempo? La maggioranza che guida la Federazione della stampa per il momento non mostra un particolare attivismo sul tema, concentrata sulla madre di tutte le battaglie previdenziali, ossia la (difficile, forse impossibile) sopravvivenza di un Inpgi autonomo.

Non possiamo più aspettare: per questo invitiamo Fieg e Fnsi a riformare lo Statuto estendendo ai giornalisti iscritti all’Ordine e all’Inpgi, la possibilità di aderire anche al Fondo Pensione Complementare dei Giornalisti Italiani. Evitando il ridicolo di impedire ciò che si chiede di obbligare altrove.

P.S. L’invio della nota informativa relativa al 2020 da inviare agli iscritti è in grave ritardo. Più volte abbiamo chiesto al direttore generale – che la Fieg ci ha imposto con un voto su cui pende un ricordo presso il Tribunale di Roma – Le ragioni di questo ritardo. Difficile ottenere risposte convincenti e fondate da un direttore, nonché consigliere d’amministrazione di nomina Fieg, molto impegnato su diversi fronti ed evidentemente poco sul nostro. Faremo di tutto per venirne a capo, perché la comunicazione del Fondo pensione ai propri iscritti è un momento chiave della relazione fiduciaria tra i colleghi e uno strumento che rappresenta la soluzione ai problemi previdenziali che la categoria sta vivendo in modo drammatico.
Vi aggiorneremo

Simona Fossati
Corrado Chiominto
Marco lo Conte
Tiziana Stella

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