Il caso Montante e la mafia trasparente. Il dovere di raccontarla fino in fondo

di Attilio Bolzoni 

 

Il tempo passa ma nelle storie di mafia non c’è mai nulla di inedito. Le logiche del potere e del delitto si ripetono, sono sempre le stesse. Questa volta però, in assenza di fatti di sangue, tutto appare più ambiguo, i confini  si confondono. Le nebbie si sono fatte così dense che è più difficile capire che mafia è. Per spiegarla una giudice ha trovato una felicissima sintesi: è la mafia “trasparente”, che si vede e non si vede, quella che in molti possono fingere di non riconoscere. Poteri legali e poteri illegali che si mischiano, il laboratorio è sempre la Sicilia.

Per facilità viene definito il “sistema Montante”, dal nome di Calogero Antonio Montante in arte Antonello, uno sconosciuto imprenditore che era nel cuore di un boss di Cosa Nostra e che è poi diventato – grazie a favoreggiatori eccellenti – il faro dell’Antimafia in Italia. In realtà è qualcosa di molto più complesso, un impasto fra classi pericolose (che nel nostro Paese si chiamano appunto mafie) e apparati dello Stato, una sorta di post-trattativa all’ombra delle stragi del 1992. Per ristabilire un ordine, imporre in nome della legalità una “dittatura” dell’illegalità.

Un silenzio cupo ha avvolto questa vicenda per quattro lunghi anni. Poi un’impeccabile inchiesta poliziesca e giudiziaria – Squadra Mobile e Procura della Repubblica di Caltanissetta – ha individuato un organismo criminale che ha infettato pezzi delle Istituzioni, ha contagiato o disorientato le associazioni antimafia, ha occupato cariche pubbliche per consumare affari come non accadeva dall’epoca di Vito Ciamcimino o di Salvo Lima. E tutto in nome della legge.
Una grande impostura dove sono coinvolti ministri della Repubblica e alti papaveri del Viminale, direttori centrali della Dia, uomini dei servizi segreti (l’ex capo Arturo Esposito è già sotto processo), ufficiali dell’Arma dei carabinieri e della Finanza, prefetti, questori, magistrati, giornalisti e scrittori.

Lui, Calogero Antonio Montante, è stato condannato qualche mese fa con il rito abbreviato a 14 anni per associazione a delinquere e per una sfilza di altri reati, attualmente è ancora oggetto di indagini per mafia e riciclaggio. Ma questa storia va oltre le  risultanze giudiziarie e le prime sentenze di condanna. C’è qualcosa di più. Qualcosa che in molti vogliono ostinatamente tenere sotto traccia.

Ci sono le indagini e ci sono le inchieste parlamentari. Prima la commissione presieduta da Rosy Bindi, adesso quella di Nicola Morra. Audizioni, ricostruzioni, analisi. Il “caso”, che per molto tempo non ha trovato granché spazio sui quotidiani e sulle televisioni- se non per qualche eccezione, due puntate di Report firmate da Paolo Mondani e Norma Ferrara, le impeccabili cronache su La Sicilia di Catania di Mario Barresi, la vicenda seguita passo dopo passo da Salvo Palazzolo su Repubblica, i resoconti di Pino Finocchiaro su Rai News – ora sembra in qualche modo più “visibile” anche ci sono sempre resistenze nel raccontare cosa è stato e cosa è ancora per certi versi il  cosiddetto “sistema Montante”.

Più coraggio e più audacia della stampa hanno sicuramente dimostrato i giudici di Caltanissetta  – anche in un periodo buio come questo, dove sui grandi temi della criminalità organizzata è calata la “tensione” della magistratura italiana rispetto all’epoca delle stragi – che di fatto hanno tolto la maschera ad alcuni personaggi di alto rango. Nelle motivazioni della sentenza contro Montante la giudice Graziella Luparello parla di una vera e propria “genuflessione istituzionale” al siciliano che era nel cuore di boss di Cosa Nostra, riferimento questo all’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano che con Antonello Montante era in rapporti molto intimi. Ma, quello di Alfano, è solo uno dei tanti nomi “importanti”contenuti nelle carte giudiziarie.

C’è un fascicolo sui “beneficiati” di quel sitema che è infinito, 289 pagine di favori e raccomandazioni, figli e cugini e amanti di prefetti e di questori, di uomini politici e magistrati, una lista nera che racconta l’Italia di oggi.
C’è un capitolo anche tutto dedicato a noi giornalisti, 63 pagine, una trentina di colleghi coinvolti a vario titolo nelle spire di Montante. Niente di penalmente rilevante, molto di mortificante.

Ma nonostante l’ufficialità dei documenti giudiziari c’è oggi ancora chi prova a depistare, a confondere, mischiando voci veicolate dallo stesso Montante e registrate maliziosamente su un suo diario segreto all’esito degli accertamenti dei pubblici ministeri e dei giudici, infamità che avrebbero la pretesa di scavalcare le verità giudiziarie tanto faticosamente raggiunte, manovre di disinformazione che svelano il timore che possa diventare pubblico tutto ciò che è ancora “secretato” da un’omertà diffusa. E’ così che le vittime vengono trasformate in complici. Una tecnica mafiosa molto antica.

Anche questo è il “caso Montante”, che si è rivelato assai indigesto per la nostra categoria. E naturalmente per la politica. Tutti zitti nei partiti, a sinistra e a destra, tranne la Rosy Bindi, Nicola Morra, l’ex vicepresidente dell’Antimafia Luigi Gaetti e il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia siciliana Claudio Fava, c’è tanta difficoltà nell’affrontare questo affaire che potrebbe riservare imprevedibili sviluppi. Meglio ignorarlo. Come fanno per esempio anche le associazioni antimafia più rispettabili come Libera, che con i soci di Montante hanno firmato protocolli di legalità quando la prima discovery dell’indagine – siamo nel gennaio 2016 – rivelava che il siciliano amico dei boss con quei boss aveva intrattenuto relazioni pericolose dal 1990. Non un giorno, ventisei anni.

Un’incapacità di decifrazione delle nuove mafie che ha fatto perdere credibilità a un’antimafia sociale ormai sgonfia, docile, addomesticata, che dipende dai finanziamenti (tanti) del Ministero dell’Interno o del Miur. Un’antimafia che è diventata un brand.

Ancora sulla nostra categoria, sui giornalisti. Molti preferiscono oggi parlare e scrivere di quelle mafie ormai in disgrazia, quelle truci e vistose degli “degli emarginati”. E lì molti dei nostri colleghi picchiano duro, fanno schiuma, fanno show. Ma gli stessi non dicono e non hanno mai detto in questi quattro anni una sola parola su Montante e la sua “Anonima Ricatti & Estorsioni”. Troppo pericoloso, troppe collusioni, troppa politica di mezzo.
Colleghi che si sono tenuti prudentemente lontani dai fili dell’alta tensione. Sono giornalisti embedded, giornalisti al seguito di un esercito di antimafia conformista e filogovernativo. Gridano, gridano ma stanno attenti a sparare solo a salve. E’ un giornalismo molto furbo, da sceneggiata. La mafia “trasparente” quelli non la vedono e non la vogliono vedere.

Un’ultima annotazione a margine di questa breve riflessione sulla faccenda Montante. Mi corre l’obbligo di informarvi che io mi sono costituito parte civile nel processo contro il faro dell’antimafia italiana e, poi a sentenza, sono stato risarcito per i dossieraggi subiti dalla sua banda a causa dei miei articoli su Repubblica.

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