GIORNALISTI: BANDITI, MONACI O MERCANTI?


di Antonio Moscatello

A guardare i dati di vendita dei giornali, verrebbe da dire che la pandemia ha ucciso il giornalismo. Ma poi, ad analizzar bene, le cose non stanno così. Il giornalismo era stato già raggiunto da molte coltellate e la pandemia ne ha inferto solo un’altra, molto dolorosa perché l’ha colpito nella sua dimensione di opera collettiva.

I due anni di restrizioni Covid hanno dato il colpo di grazia a quella realtà unica e stimolante che era la redazione, quel luogo di lavoro in cui un numero variabile di giornalisti si incontrava per cucinare un flusso di notizie. Intendiamoci: ci sono giornali che hanno riaperto le redazioni, che non le hanno mai del tutto chiuse, giornalisti che hanno frequentato le loro redazioni anche nel picco più elevato dei contagi. Ma la verità è che tutti abbiamo sperimentato che è possibile produrre notiziari e pagine di giornale senza tenere aperti costosi uffici.

La redazione di un giornale era un posto unico, in cui un certo numero di persone si divideva i compiti, litigava, faceva amicizia, parlava, sparlava, scriveva, correggeva. Insomma una micro società che rendeva i giornali più ricchi, tempestivi e precisi.

Oggi i giornali si sono smaterializzati e frammentati in mille rivoli. Cercano di balbettare la lingua del web per acchiappare clic qua e là (anche rilanciando notizie di cui potremmo francamente fare a meno) e così intaccano la loro qualità e credibilità. Le condizioni di lavoro e retributive dei giornalisti sono spesso al di sotto della soglia del tollerabile, specialmente quelle dei colleghi più giovani (e qui bisognerebbe fare un discorso sul sindacato nazionale dei giornalisti, che versa in una situazione a mio parere deprimente).

La verità è che, se il giornalismo di redazione è morto (e la pandemia ne ha certificato il decesso), non è stato ancora sostituito da qualcosa d’altro. Perché gli editori non hanno ancora capito nulla di questo nuovo mondo: in verità neanche è chiaro se avranno un ruolo. Si limitano spesso a cercare di raccogliere le briciole da sotto al tavolo di giganti come Facebook e Google, senza rendersi conto di essere giorno per giorno fagocitati da questi over-the-top.

Ma anche noi giornalisti non abbiamo ancora capito se la strada da percorrere è quella, è farci singolarmente testata – e questo vorrebbe dire acquisire competenze tecniche e di marketing che abbiamo sempre pensato essere il contrario del buon giornalismo – o creare nuove dimensioni di giornalismo collettivo, di cui pure esiste qualche valido esempio. Ma, in quest’ultimo caso, da dove verrebbero i soldi per la sopravvivenza in una desertificazione prevedibile delle testate tradizionali?

Insomma, a me non pare azzardato un parallelo con la storia giapponese: i giornalisti di oggi sembrano essere quei samurai impoveriti che, dopo l’arrivo dei Tokugawa al potere nel XVII secolo, si ritrovavano privati del loro core business: la guerra. Così, a parte un’élite di figli primogeniti, essi si trovarono poche scelte davanti a loro per riuscire a sopravvivere: farsi banditi, farsi monaci o sposare la figlia di un ricco mercante. Noi cosa sceglieremo?

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