L’Europa promuova la via italiana all’equa remunerazione degli editori. Ora tocca ai giornalisti
di Lazzaro Pappagallo, Giunta Fnsi
Partiamo dalla conclusione e leggiamo il dispositivo della sentenza della Corte di Giustizia europea con cui definisce una controversia sollevata dal Tar del Lazio sul riconoscimento deciso daAgcom dell’equa remunerazione per 9,3 milioni di euro che Meta dovrebbe trasferire a Gedi per la pubblicazione di contenuti giornalistici su Facebook nel 2022.
La Corte decide così:
L’articolo 15 della direttiva (UE) 2019/790 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 aprile 2019, sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale e che modifica le direttive 96/9/CE e 2001/29/CE, nonché gli articoli 16 e 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
devono essere interpretati nel senso che:
essi non ostano a una normativa nazionale che:
– prevede che gli editori di pubblicazioni di carattere giornalistico abbiano il diritto di ottenere un’equa remunerazione come corrispettivo dell’autorizzazione a utilizzare le loro pubblicazioni concessa ai prestatori di servizi della società dell’informazione;
– impone a tali prestatori, che utilizzano o intendono utilizzare siffatte pubblicazioni, l’obbligo di avviare trattative con detti editori, di non limitare la visibilità dei contenuti di questi ultimi nei risultati di ricerca nel corso delle trattative e di mettere a disposizione di detti editori e di un’autorità pubblica le informazioni necessarie per determinare l’importo dell’equa remunerazione;
– autorizza tale autorità a definire i criteri di riferimento da utilizzare per determinare detta remunerazione e, in caso di mancato accordo tra le parti dinanzi ad essa, a determinarne l’importo, nonché a controllare il rispetto dell’obbligo di informazione gravante su detti prestatori e ad imporre loro sanzioni amministrative pecuniarie in caso di inosservanza di tale obbligo,
a condizione che tale normativa non privi gli editori di pubblicazioni di carattere giornalistico della possibilità di rifiutare di concedere una tale autorizzazione né di quella di concederla a titolo gratuito, che non imponga ai prestatori dei servizi della società dell’informazione alcun obbligo di pagamento non correlato all’utilizzo di tali pubblicazioni e che gli obblighi e le eventuali sanzioni imposti a tali prestatori rispettino il principio di proporzionalità.
Meta aveva chiesto di bloccare la normativa nazionale che definiva l’equa remunerazione degli editori. Sarebbe stata per la piattaforma in contrasto con la libertà di impresa, ne avrebbe impedito la naturale propensione alla distribuzione dei contenuti, creando distorsioni nel mercato europeo.
La bocciatura della interpretazione di Meta rappresenta una vittoria del legislatore italiano e della autorità di garanzia.
In diversi passaggi la Corte europea non trova affatto “singolare” la via nazionale all’equa remunerazione degli editori. La trova anche giusta in relazione alla tutela della libera informazione e del suo pluralismo, al valore anche economico del prodotto informativo e all’asimmetria esistente tra le parti. In particolare la Corte salva l’intero sistema normativo, incluso l’obbligo informativo in capo alle piattaforme di fornire tutti i dati relativi al traffico (pubblicitario) e al relativo fatturato garantito dalla presenza di contenuti giornalistici, fatte salve le garanzie di riservatezza. E salva anche la sanzione amministrativa che Agcom può far valere nella misura dell’1% del fatturato delle piattaforme.
E ORA IL TAR
Sappiamo e avevamo già scritto che le strade e i tempi dei tribunali restano lunghi e incerti con l’attitudine delle techno corporations statunitensi a contestare i limiti normativi nazionali ed europei.
Ora il Tar del Lazio dovrà far tesoro di questa decisione ma è chiaro che questa conferma così autorevole apre la strada anche alla giusta remunerazione dei giornalisti.
All’equa remunerazione degli editori correttamente richiesta da Fieg e Siae (per la parte relativa al diritto d’autore) in sede europea deve far seguito il rispetto della normativa europea e nazionale sull’equo compenso per chi produce le notizie, ovvero la nostra categoria.
L’ascensore non può scendere e fermarsi solo al piano degli editori e non toccare anche il nostro pianerottolo, un ulteriore paradosso in questo tempo di scioperi e mobilitazione sul rinnovo contrattuale.
Se lo sforzo è definire insieme, in un quadro digitale in continuo mutamento e con nuovi attori in campo in grado di servirsi di sistemi di intelligenza artificiale e non più e non solo di social e motori di ricerca, le regole di ingaggio dell’editoria del ventunesimo secolo, l’impegno dei produttori dei contenuti non può e non deve essere asimmetrico.
Insomma le regole nazionali e Agcom valgano per tutti, non solo per gli editori.
Avevamo scritto e confermiamo che per i colleghi di Gedi quei 9,3 milioni relativi a Facebook 2022 valevano a testa in base alle normative vigenti tra i 375 e i 936 euro l’anno. E Facebook è solo una delle piattaforme dove viaggiano notizie. E in via riconvenzionale l’equo compenso si applica anche ai giornalisti non subordinati.
Parliamo di soldi di una certa consistenza e questo denaro deve essere trasferito legittimamente a chi ogni giorno trova, produce, edita notizie.
Il link a quanto vale il giornalismo sui social con le tabelle economiche per meta/facebook vs Gedi alla base della pronuncia europea.
LA SENTENZA