Conferenza stampa della premier: le ragioni della protesta per il contratto e le risposte su equo compenso

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

di Antonio Moscatello portavoce Infofuturo

Alla conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, la protesta con gli striscioni mostrati dalla Fnsi ha riportato al centro del dibattito un’anomalia che dura da troppo tempo: dieci anni senza rinnovo del Contratto nazionale di lavoro giornalistico. La presidente del Consiglio ha replicato che il governo non è parte della trattativa e che può soltanto esercitare “moral suasion”, aggiungendo: “Non mi risulta ci siano mai state contestazioni alla Presidenza del Consiglio, su questioni sulle quali non ha responsabilità” e che non vorrebbe passasse “l’immagine di una contestazione al presidente del Consiglio”.

È vero: Palazzo Chigi non siede al tavolo tra Fnsi e Fieg. Ma qui sta il punto politico, prima ancora che sindacale. Il lavoro giornalistico non è un mestiere come gli altri, perché incide direttamente sulla qualità dello spazio pubblico: senza informazione libera e indipendente la democrazia smette di funzionare. Se un governo dichiara di avere a cuore il pluralismo e la tenuta democratica, non può limitarsi a una moral suasion neutra, come se le condizioni materiali di chi produce informazione fossero un dettaglio “privato” tra le parti. L’indipendenza non è un valore astratto: si costruisce anche con stipendi adeguati, diritti esigibili, regole chiare e tutele. In altre parole, con condizioni di lavoro dignitose.

C’è poi un elemento che rende ancora più difficile sostenere che lo Stato sia “estraneo”: le risorse pubbliche all’editoria. Gli editori hanno appena ottenuto dal Governo finanziamenti pubblici per 60 milioni di euro. Da un lato, la Fnsi ha ribadito più volte che i sostegni sono necessari, persino insufficienti, per garantire un’informazione capillare e di qualità; dall’altro, proprio perché sono soldi pubblici, dovrebbero essere legati a obiettivi e responsabilità, a cominciare dal rispetto e dal rinnovo del contratto nazionale e dalla qualità del lavoro.

E veniamo allo stato della trattativa. L’8 gennaio, Fnsi e Fieg si sono ritrovate al tavolo e, con sorpresa, si è dovuto constatare che la parte datoriale si è presentata con una posizione involuta. Da luglio si attendeva una risposta alla proposta economica della parte sindacale; sono seguiti sei mesi di silenzio da parte degli editori, un giorno di sciopero e una mobilitazione riuscita della categoria; quindi il rientro della Fieg al tavolo con una proposta che, per superare un insufficiente aumento di 150 euro, chiede il ritocco di alcuni istituti contrattuali, di fatto tentando di riportare indietro di mesi la discussione.

Il nodo di fondo è semplice e, insieme, decisivo: gli aumenti contrattuali non possono essere “pagati” dai lavoratori attraverso l’erosione di diritti e tutele. Se davvero si invoca la “pace sociale” in un settore fragile, bisogna ammettere che la pace sociale ha un costo, e non può ricadere sempre e soltanto su chi lavora. Nel 2025 l’inflazione ha continuato a erodere retribuzioni già sotto pressione; e il fatto che il contratto giornalistico sia fermo da dieci anni resta un unicum tra i lavoratori dipendenti. Qui non c’è solo una vertenza: c’è un pezzo di infrastruttura democratica che si sta assottigliando.

La fotografia diventa ancora più impietosa se ci spostiamo sul lavoro autonomo e parasubordinato. La questione dell’equo compenso grida vendetta non per retorica, ma per numeri. Come ha spiegato aprendo la conferenza stampa il presidente dell’Odg Carlo Bartoli, la media delle retribuzioni annue dei freelance si situa intorno a 17mila euro lordi, quella dei cococo circa 11mila lordi, una cifra che rende impossibile una vita dignitosa.

E qui la “non responsabilità” del governo diventa ancora meno sostenibile, perché l’equo compenso non è una trattativa privata: è attuazione di leggi dello Stato. Nel dicembre 2023 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha consegnato al ministero della Giustizia la proposta di tabelle/parametri previsti dalla legge; a distanza di circa 25 mesi, per i giornalisti quella disciplina risulta ancora senza attuazione effettiva, mentre nel frattempo le norme rischiano di moltiplicarsi senza diventare operative.

Se il governo vuole davvero rivendicare un ruolo a tutela della democrazia, la strada è più concreta della moral suasion. Primo: legare in modo stringente l’erogazione delle risorse pubbliche all’editoria al rispetto dei contratti, alla trasparenza e alla qualità del lavoro, impedendo che il denaro pubblico diventi un paracadute senza contropartite sociali. Secondo: sbloccare l’attuazione dell’equo compenso per i giornalisti, perché senza una soglia di dignità economica la libertà resta un privilegio e non un diritto. Terzo: riconoscere, anche nelle scelte legislative e amministrative, che l’informazione è un bene pubblico “deperibile” e che precarietà e stipendi non dignitosi non sono incidenti collaterali, ma fattori strutturali di indebolimento democratico. Quarto: far pesare rispetto alla miopia della Fieg il ruolo del governo come portatore di interesse nella trattativa contrattuale.

La protesta dei giornalisti alla conferenza stampa, insomma, non è stata “contro” la presidente del Consiglio: è stata un promemoria istituzionale, una maniera per sensibilizzare e sollecitare un ruolo più attivo, politico in una fase cruciale per il futuro dell’informazione in Italia. Un governo può non essere parte attiva della trattativa, ma non può chiamarsi fuori dalla responsabilità di garantire le condizioni perché esista un giornalismo davvero libero. E oggi, con un contratto fermo da dieci anni e migliaia di colleghi sotto la soglia della dignità, quelle condizioni non ci sono.

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