Il Giornalismo, non è Disneyland

Disneyland

Mi è stato chiesto di raccontare la mia storia ed ho accettato per un solo motivo. Non per fare la “vittima”, ma affinché serva come pretesto per raccontare questo nostro mestiere dalla parte non dei “lustrini e delle paillettes”, ma da quella di colleghi che lottano ogni giorno per poter mettere una firma su un giornale, prendere una collaborazione in una radio, in una tv. Una schiera di “invisibili” del giornalismo che ha una voglia matta di lavorare, ma che si trova a combattere contro un nemico molto più insidioso di quei quattro nani e ballerine che lavorano tranquilli solo perché hanno amici dalla “cornetta facile”. Perché questi li batteremmo con facilità se solo venissimo messi alla prova ad armi pari con loro, senza doverci ogni volta arrampicare sugli specchi per cercare lavoro e poi, inesorabilmente, scivolare.

Il nemico di questo meraviglioso mestiere è da ricercare altrove e prende le fattezze di alcuni editori “non puri”, senza scrupoli, che creano situazioni nuove e le chiudono dopo tre mesi. Che fanno firmare contratti pari alla carta straccia, che tengono professionisti ostaggi di Partite Iva. Che se ne fregano altamente di tutto e di tutti, di contributi previdenziali da versare, di orari da rispettare, di gerarchie, anzianità, ruoli, lasciando poi a casa le persone a loro piacimento e magari tra queste c’è chi ha un mutuo, una famiglia, un affitto, un’età. Che pagano i collaboratori 5 (ma a volte anche meno) miseri euro a pezzo, che non ti fanno firmare nulla, ma ti dicono: “Intanto iniziamo a collaborare, poi vediamo”. Per altri, l’alibi di una perenne crisi nel nostro Bel Paese e dei budget da rispettare è una sorta di must, pochi ti danno, invece, veramente retta.

Dopo anni da precario decisi di accettare di far parte, tre anni fa, di quell’avventura chiamata Agon Channel, conducevo due trasmissioni di approfondimento, avevo coronato il mio sogno di condurre un Tg, ma sapete tutti com’è finita. Forse quello che non sapete è che, Direttore compreso, eravamo 14 giornalisti per la maggior parte professionisti, che sono stati letteralmente abbandonati a loro stessi. Non è che squillasse molto prima, ma da quel momento il telefono non ha più squillato. Le risposte alle mail di proposte sono state sempre meno. I colloqui sporadici e ovviamente tutti all’insegna del: “Appena ci sono spiragli ne riparliamo”. Ma bisogna pur lavorare e se in Italia le porte sembrano chiuse ovunque, bisogna rivolgersi all’estero. Ed eccomi qui, storia recente, a 50 anni appena compiuti, rimettermi in gioco, lasciare una/due volte al mese casa, famiglia e affetti per andare in Francia, a Lione, dove c’è la sede di Euronews. A fare cosa? Il mio lavoro: preparare notizie, speakerarle, montare servizi, fare interviste, confezionare edizioni dei tg della All News paneuropea per quanto riguarda l’equipe italiana. Fare vita di redazione. In Francia ci chiamano “Pigiste”: colui che è pagato a “la pige”, a prestazione. Insomma, un freelance.

Ma qui viene il bello. Siamo in Francia non nel terzo mondo, in un Paese che confina con noi a tal punto di considerarlo “Cugino d’Oltralpe”. Tanto vicini, ma tanto diversi. Analizziamo quello che ci interessa di più, il nostro lavoro e nella fattispecie la figura del Freelance che in Italia è considerata alla stregua di un “mendicante”. Perché è questa la becera considerazione italica di quella che, invece in Francia, è una figura professionale riconosciuta e come tale messa sotto contratto per ogni sua prestazione. Un contratto vero, fosse un solo giorno di lavoro o fossero quindici, con un emolumento stabilito in base alla propria anzianità, al proprio curriculum e alle proprie capacità. Pagati a ore, certo, ma con il rispetto delle regole: ad ogni ora in più corrisponde uno scatto nel pagamento, ogni orario notturno è pagato doppio, come ogni domenica e ogni festivo, con viaggi, vitto e alloggio pagati. Cosa sto raccontando? Solo quella che dovrebbe essere la normalità nella società civile. Faticoso? Sì, lo è. Almeno quattro aerei al mese, vivere in quei giorni in un residence, abituarsi a lavorare, prendere il ritmo e tornare poi in Italia da disoccupato in attesa della chiamata successiva non è facile per niente. Ma è un sacrificio necessario e lo faccio volentieri perché amo questo lavoro che, nonostante le difficoltà nel mio Paese, reputo il più bello del mondo.

Cito un aforisma che conosciamo bene: “Fare il giornalista? Beh, sempre meglio che lavorare”.
Parole sante se solo nel nostro Bel Paese ci fosse la possibilità (per tutti quelli che lo meritano) di accedere al sistema così per come venne progettato, da assunto o da freelance, ma nel rispetto delle regole, ma qui gli schemi da anni sono saltati e serve, nelle giuste sedi, la forza per poter ricostruire dalle macerie rimaste.

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