Crepuscolo di una nobile professione

Di Raul Wittenberg

Il confronto sull’Inpgi la dice lunga sulle condizioni in cui è ridotta la nostra categoria. Una categoria, quella dei giornalisti, che appena una generazione fa era all’apice del prestigio nel mondo del lavoro dipendente, spesso trampolino verso cattedre universitarie e responsabilità di governo. Ed ora con una tristezza infinita assistiamo a penne che avevamo ammirato per l’acutezza della denuncia di contraddizioni sociali e politiche, e oggi si arrampicano sugli specchi in difesa dei miserabili privilegi che la stagione d’oro del mercato giornalistico aveva regalato. Stagione d’oro perché i giornalisti in pensione erano pochi e quelli in attività molti di più. Con tante entrate e poche uscite le casse dell’Inpgi erano floride e consentivano operazioni azzardate. Ma quella era una congiuntura favorevole, cessata la quale l’azzardo si è trasformato in privilegi. Privilegi, certo, perché pagare di meno al sistema per ottenerne di più (aliquota contributiva più bassa e rendimento retributivo più alto, un vero ossimoro) è un privilegio rispetto agli altri lavoratori dipendenti. Miserabile, sì, perché misurata sul bilancio contributivo del singolo iscritto è una operazione in deficit, ovvero debito che si carica cinicamente sulle fragili spalle delle generazioni successive di giornalisti. Lo racconta la cronaca di questi giorni.

Slitta il commissario

Registriamo sconsolati alcuni elementi significativi che si manifestano attorno al capezzale dell’Istituto in agonia. Il primo è l’arrivo del commissario rinviato di sei mesi. Il commissario, secondo la legge che consente a un soggetto privato di sostituirsi all’assistenza generale obbligatoria, arriva quando il soggetto non è più in grado di pagare le pensioni. 

I giornalisti che con sicumera pretendevano di amministrarle hanno fallito con conseguenze gravissime verso gli assistiti. Lo stato interviene, li caccia via e manda qualcuno a salvare il salvabile.

Ma perché il commissariamento è slittato? Il bastimento Inpgi continua la sua navigazione a 30 nodi dritto verso l’Iceberg mentre il comandante danza con la favorita e il timoniere risponde ai messaggi della moglie sul cellulare. Si narra di un micidiale intreccio di interessi. Gli editori di grandi giornali hanno già presentato interminabili elenchi di giornalisti di mezza età in esubero da mandare in prepensionamento, ovviamente con regole Inpgi.

 I giornalisti interessati, con l’occhiolino furbesco di certe correnti sindacali, si precipitano all’ultima chiamata di pensioni che viaggiano sui diecimila euro al mese, perché niente sarà come prima. Sei mesi, appena il tempo dell’ultimo treno, dell’ultimo arrembaggio alle casse esauste dell’istituto.

Salario differito

Però colleghi illustri insistono. “Vogliamo la grana”. Uno di loro ha rispolverato un vecchio adagio per cui la pensione sarebbe salario differito. Ti ho versato una parte della paga, me la ridai sotto forma di vitalizio. No, il salario non è un vitalizio ma il corrispettivo a una prestazione che dura finché dura il rapporto di lavoro, il cui importo è legato alla produttività. I contributi versati forniscono un diritto all’assistito in cambio della sua partecipazione al finanziamento del sistema. Il vitalizio è indipendente dall’antica  produttività, perché il suo importo montante contributivo o tasso di rendimento retributivo sono strumenti di calcolo in una dimensione macroeconomica. 

Ma questo è buon senso, però il celebre collega si appiglia alla battuta d’effetto, parla di salario ammiccando a sinistra quando lui forse non l’ha mai visto perché i suoi erano o sono stipendi. E che stipendi.

Libertà di stampa

Lascia stupefatti la forzatura con cui i vertici del sindacato unitario, nientemeno che la FNSI, legano il sistema privatistico sostitutivo alla libertà di stampa e al diritto all’informazione. Ma che c’entra? Perché un giornalista iscritto al sistema pubblico, all’Inps sarebbe meno libero? I colleghi francesi o americani sono meno liberi? Senza tema del ridicolo i nostri rappresentanti hanno sbandierato l’insulto alla logica in manifestazioni pubbliche.

Paga Pantalone

E però la FNSI invoca l’intervento dello Stato per salvare l’Inpgi privatizzato. Detto in soldoni, si chiede a Pantalone – il contribuente  –  di por mano alla saccoccia  per pagare i debiti di una gestione scriteriata, debiti passati e futuri. Ma come si fa? Tra i nostri rappresentanti ci sono colleghi diventati famosi perché sparavano a palle incatenate contro la pesantezza dell’onere fiscale.

Il giovane impiegato entrato nel rigoroso sistema contributivo all’alba del 1996 guarda perplesso al suo cane da guardia sul potere, il giornalista, che per sfuggire alla correzione necessaria all’equilibrio del sistema e per mantenere privilegi in deficit è uscito dalla previdenza pubblica. E i nostri giovani colleghi che, dentro e fuori dalle redazioni si sbattono fra partite Iva e ritenute d’acconto, con la  prospettiva, da anziani, dell’assegno sociale, siedono alla stessa scrivania del collega prepensionato che per aver fatto le stesse cose si gode un vitalizio che con una buona anzianità contributiva può arrivare tra i cinque e i diecimila euro al mese.

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