Un lampo negli occhi. Come Papa Francesco ha cambiato la comunicazione del Vaticano
di Marco Ansaldo
Sono giorni in cui tutti parlano dell’eredità morale di Papa Francesco, e di quanto e se sia riuscito a riformare la Chiesa. Domande complesse. Ma c’è una risposta chiara e netta su un aspetto forse appena meno rilevante, ma molto importante nel mondo delle notizie in cui tutti viviamo immersi. Ed è quello della comunicazione. Sì, Jorge Mario Bergoglio ha cambiato l’approccio informativo del Vaticano. Lo ha fatto radicalmente. Come vaticanisti ce ne accorgemmo subito, al primo contatto diretto, nel suo viaggio d’esordio all’estero. Un viaggio lungo, e destinato a restare nella memoria di molti di coloro che lo seguirono.
Era il 2013, in pieno luglio, e Francesco era stato eletto da pochi mesi, nella sorpresa generale, al Soglio di Pietro. Primo Papa extraeuropeo, un Pontefice argentino che, per sua stessa ammissione nella serata in cui si presentò, ammetteva di essere venuto “dalla fine del mondo”.
E proprio dentro a quel mondo a lui così vicino, in America Latina, benché non nella sua Buenos Aires dove infine non fece mai più ritorno, ma a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della Gioventù portò il gruppo di giornalisti della stampa internazionale abituato a seguire i viaggi del suo predecessore. E che adesso aspettava con ansia di vedere all’opera un uomo che, da subito, appariva a suo agio con telecamere e taccuini.
Però sapevamo anche che le regole della Sala Stampa della Santa Sede rimanevano piuttosto fisse. Dunque non nutrivamo aspettative eccessive. Eppure… Poco dopo la partenza da Roma, all’improvviso Bergoglio apparve con la sua veste bianca procedendo a falcate nella classe dove eravamo seduti. Prese a stringere mani e salutarci, uno per uno. Non solo.
Il Papa si fermava a parlare con ognuno almeno per un minuto. Quindi lo si poteva guardare negli occhi, vedere la sua espressione, parlargli, ascoltarlo, fotografarlo, toccarlo da una distanza di pochi centimetri. E, per quelli che fanno un lavoro come il nostro, non è poco, tanto più con uno dei personaggi più importanti al mondo. Nel tempo, ho visto colleghi che si preparavano a quell’evento tirando fuori dalle loro borse regali enormi e magnifici, che lestamente venivano messi da un attendente vaticano piazzato dietro al Papa in un voluminoso sacco.
Quando fu il mio turno, in quello e in altri viaggi, non sapendo bene che cosa dire a un Papa che ti si para davanti in modo del tutto informale, gli chiesi della sua salute. Era anche un momento fortunato per me, perché proprio in quel periodo il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, aveva instaurato un rapporto fecondo con Bergoglio, fatto di messaggi, di visite, di interviste, di stima e amicizia insieme.
Il ruolo del vaticanista di Repubblica perciò era diventato anche di ponte: andavo nell’ufficio del mio vecchio direttore, oppure Scalfari mi telefonava chiedendomi del Pontefice e della vita della Chiesa, e quando poi incontravo il Santo Padre lui regolarmente rimandava i suoi saluti all’altro capo con affetto. “Ah, ormai siamo amici, sa? Ci sentiamo spesso, parliamo di tante cose. Lui è un uomo con cui è nata una bella amicizia. Come sta adesso? Mi raccomando, me lo saluti tanto”.
Ovviamente Scalfari e Bergoglio si sentivano e vedevano direttamente. Ma per me era importante avere il polso della situazione. Durante il volo da Rio de Janeiro, quindi, trovammo i nostri posti tutti mescolati. Cioè ognuno poteva sedersi dove voleva. I cartellini con i nostri nomi non erano più nei posti fissi, ma liberi. E pure l’atmosfera sull’aereo papale appariva festosa, serena.
Il colpo di scena avvenne quando il Papa si presentò per la conferenza stampa ufficiale. In precedenza, nei giorni prima dei viaggi all’estero, i giornalisti accreditati presso la Sala Stampa della Santa Sede mandavano le loro domande agli uffici vaticani, che le sceglievano e poi durante il volo Benedetto XVI, con la consueta maestria teologale che contraddistingueva il pensiero di Joseph Ratzinger, rispondeva.
A tono, e in modo perfetto. Ma erano risposte meditate. Adesso invece venivamo invitati a presentarci al cospetto del nuovo Papa, a un metro da lui, e a porgli una domanda a testa, una qualsiasi domanda. E lui rispondeva, all’impronta! Cioè Bergoglio non conosceva il tema, e l’argomento che gli veniva posto era del tutto libero. Sorprendente! Questo, ovviamente, non solo poteva essere pericoloso per il Pontefice, ma rischiava di ledere la portata universale della sua risposta. Quello che dice il Papa, difatti, costituisce magistero. L’errore del Papa non è ammesso, non è contemplabile. Eppure…
Quando fu il mio turno, ero molto tranquillo, andai da lui e cominciai a parlare (sicuramente lo interpellai sui rapporti fra la Turchia, mio pallino ormai da trent’anni, e il Vaticano). Lui a un certo punto afferrò la mia mano con entrambe le sue, e mi stava ad ascoltare mentre continuavo a spiegarmi. C’è una foto che lo testimonia con evidenza. Il Papa mi teneva la mano e ascoltava con il sorriso. E io, al tempo stesso, lo guardavo bene negli occhi. Erano occhi marroni scuri, vivacissimi, attenti. Bergoglio ti dava tutta l’attenzione, non esisteva altro in quel momento. E a un certo punto colsi in quello sguardo un lampo.
Qualcosa di inafferrabile, di indimenticabile. Il Papa ti guardava, ti ascoltava e ti rispondeva. E le risposte erano magistrali. Quelle, mi resi conto, di una mente superiore. Poche volte mi è capitato nella vita: ma di fronte a me avevo davanti, come solo in un pugno di occasioni mi è capitato, una persona dotata di una testa diversa da tutte e del tutto fuori dal comune, straordinaria. Ebbi anche l’impressione, davanti a lui, e lo dico quasi sottovoce, di trovarmi di fronte a un santo. Mente e cuore superiori. Per tutti noi vaticanisti quello fu uno scarto improvviso, e dirompente: la comunicazione del Papa era cambiata per sempre.