Il caso Orlandi. La “pista familiare” e una cronaca senza ritegno
di Raffaella Notariale giornalista e scrittrice
Qualche giorno fa sono stata invitata a “Stampa Romana”, il sindacato dei giornalisti di Roma e del Lazio, di cui ringrazio i vertici fin da subito.
Il consigliere Lazzaro Pappagallo, già Segretario del Sindacato, d’accordo con l’attuale Segretario Stefano Ferrante, già diversi mesi fa mi aveva chiesto di presentare i miei libri sulla Banda della Magliana e il caso di Emanuela Orlandi.
Per un motivo o un altro, la presentazione non è mai avvenuta, ma poi con Lazzaro ci siamo sentiti in occasione degli scavi nella Casa del Jazz, dove gli inquirenti stanno cercando eventuali resti del magistrato Paolo Adinolfi. Siccome, negli anni, mi sono occupata anche della sparizione del giudice Adinolfi, e siccome notizie di Stampa ventilavano la possibilità che sotto la villa sequestrata a Enrico Nicoletti, appunto l’attuale Casa del Jazz, si potessero trovare anche eventuali resti della Orlandi, abbiamo accelerato.
La casa editrice Newton Compton, che ringrazio, ha ristampato in fretta e furia un po’ di copie dei libri intitolati “La supertestimone del caso Orlandi” e “Il boss della banda della Magliana”.
Ho quindi invitato Pietro Orlandi e, a poche ore dall’incontro, anche l’ex magistrato Giancarlo Capaldo e l’avvocato Laura Sgro, legale di Pietro Orlandi. Quest’ultima, impegnata in una diretta televisiva, il 10 dicembre non ha fatto in tempo a raggiungerci nella sede di Stampa Romana, in piazza della Torretta, a Roma. Sono invece sopraggiunti, invitati da me, due ex poliziotti.
Il primo è stato l’agente dell’Antimafia che nel 1997 è sceso nella cripta di Santa Apollinare scoprendo l’esistenza dell’eclatante sepoltura di Enrico De Pedis, detto Renatino. Il secondo, 15 anni dopo il rinvenimento del suo collega, ha fatto parte del team della Scientifica che è sceso in quella stessa cripta con il compito di verificare che le spoglie fossero effettivamente di Renatino e ha poi partecipato alla traslazione dei resti da quel luogo sacro.
Bene.
Appuntamento alle 11, la saletta si è presto riempita e andava tutto bene, ognuno raccontava la propria esperienza dinanzi a colleghi, studenti di giornalismo, appassionati della vicenda. Alla fine delle testimonianze, Lazzaro Pappagallo ha aperto alle domande dei presenti. Ce ne sono state un paio, poi dalla quarta fila si sono palesanti due collaboratori di un programma tv che ha recentemente orientato il proprio racconto sulla cosiddetta “pista familiare”.
Ovemai non fossero bastate le puntate, la collaboratrice intervenuta alla presentazione dei miei libri ha ripetuto a Pietro Orlandi quanto fossero pesanti le accuse a suo zio – defunto – Mario Meneguzzi e quanto la Procura di Roma stesse continuando a investigare sulla pista familiare visto che – ha aggiunto – “di recente” erano stati effettuati sopralluoghi in due abitazioni appartenute proprio al defunto Meneguzzi. Pietro Orlandi ha ribattuto che “di recente” risale a due anni fa. Dunque, tanto recente non è. L’ha provato a ripetere Pietro, ma nessuna spiegazione bastava.
La collaboratrice parlava, alle sue spalle c’era il suo collega che scuoteva vistosamente il capo ogni volta che Pietro cercava di dire qualcosa per motivare. Tuttavia, benché Pietro sia effettivamente simbolo della lotta decennale per conoscere la verità su cosa sia accaduto a sua sorella Emanuela Orlandi, benché con la sua famiglia sia egli stesso vittima, veniva interrotto in continuazione e, purtroppo, a un certo punto, incalzato e, probabilmente, resosi improvvisamente conto di essere registrato nel video e nell’audio (al tavolo dei relatori si sono avvicinati due uomini che ci riprendevano con i cellulari posti a distanze ravvicinate), Pietro non è riuscito a mantenere la calma: ha cominciato alzando la voce per spiegarsi ed è finito per cascare nel giogo infelice di chi ha approfittato di una pacifica presentazione di libri per poi incalzarlo con telefonini, domande reiterate, capi scossi ogni volta che lui provava dire la sua.
I toni, fino a quel momento pacati nonostante gli argomenti dolorosi per Pietro Orlandi, si sono dunque alterati. Di fronte alle insinuazioni che Pietro dovesse arrendersi a cercare il sequestratore e il probabile assassino di sua sorella a casa sua, non ci ha visto più.
Gli stessi collaboratori hanno dovuto abbozzare quando Pietro, pur nella sua foga, ha ricordato che il loro capo, nel tentativo di ottenere una battuta da un agente dei Servizi Segreti, è stato spinto via e ha urlato all’agente che stava difendendo un violentatore assassino di ragazzine. Si riferiva a Mario Meneguzzi. Il conduttore aveva dato del violentatore e assassino al defunto Meneguzzi e quel filmato, audio e video, l’aveva anche mandato in onda.
Ho atteso per scrivere questa riflessione. Volevo rendermi conto di cosa sarebbe stato montato da colleghi e non colleghi che non conosco.
Al di là del fatto che l’Azienda è una e unica e che i soldi per riprese, trasferte e appostamenti sono pubblici, anche quando gestiti per lo più da società esterne, mi fa specie che alcuni di questi appostamenti vengano fatti nientepopodimeno che per stanare Natalina Orlandi che porta il cane a passeggio.
Mi fa anche tristezza che la povera Natalina si debba fermare e si senta costretta a balbettare spiegazioni perché si vergona. Si vergogna perché presa alla sprovvista nei pressi di casa sua, tra i vicini che la guardano, così come la guardano i lavoratori del supermercato che frequenta normalmente… Natalina a un certo punto ha chiamato in soccorso il marito che è sopraggiunto urlando insofferenza. Questa parte non è andata in onda… Non sono andati in onda il disagio e la stanchezza di Natalina e di suo marito.
Meglio Pietro in escandescenza?
Pietro aveva gentilmente deciso di partecipare a un incontro voluto da Stampa Romana per parlare di due miei libri che condensano l’inchiesta che vede la sparizione di Emanuela Orlandi come un crimine organizzato da Enrico De Pedis.
I colleghi e i non colleghi intervenuti e palesatisi solo alla fine, cosa credevano? Che li avremmo, che li avrei cacciati dalla casa dei giornalisti? Sarebbero potuti intervenire, annunciarsi, portare la regolare attrezzatura, invece no… Peccato. Un’attrezzatura palese può essere il “dettaglio” tra buona e cattiva fede. Che ne pensate?
Io penso che esista un’etica dell’uso della telecamera nascosta (del cellulare, dell’osmo, del miniregistratore usato al momento opportuno) e che non si possa trattare una vittima come se fosse la persona da stanare, la persona da rincorrere a tutti i costi, a cui strappare una battuta o, “se ci casca”, uno sfogo.
C’è, ci deve essere un rispetto del dolore, delle battaglie che la persona rincorsa ha fatto. Nel caso degli Orlandi, questo vale a maggior ragione perché sono a loro volta vittime, lo ribadisco ancora e ancora. Sono vittime perché parenti di una ragazzina vaticana scomparsa. Sono vittime perché in 42 anni li hanno depistati in continuazione.
Se esiste una Commissione parlamentare è perché questa famiglia ancora si batte per conoscere la verità.
Se non fosse stato per Pietro, nessun giornalista parlerebbe di Emanuela. È lui con la sua famiglia a tenere sempre viva l’attenzione, a organizzare sit-in, presidi, manifestazioni, a parlare alle scolaresche, a rispondere ai curiosi sui social, a difendersi da malelingue e troll…
Trovo discutibile il metodo di stanare i parenti delle vittime.
Trovo discutibile che non ci sia stata una richiesta ufficiale per intervistarlo e, nel caso, che sia venuto meno il rispetto di un suo eventuale lecito “no” dato che, lo ripeto fino alla nausea, Pietro e Natalina, Cristina e Federica, cioè le sorelle e il fratello di Emanuela, sono vittime a loro volta.
La pista parentale, per come descritta, è vecchia, in tv se ne è parlato poco e niente perché nessuno ha creduto che le avances (riprevovoli e da condannare) del defunto Meneguzzi potessero significare che lo zio di Emanuela avesse poi “violentato e ucciso la ragazzina”, per usare le parole che il conduttore ha urlato a un ex agente dei servizi segreti e ha poi mandato in onda.
La pista familiare, per come rappresentata, sembra fuffa mediatica, ecco perché la reazione di Pietro è stata inevitabile. In quel contesto, a Stampa Romana, quella di Pietro è stata la reazione della stanchezza, la reazione a un capo scosso a ogni sua parola.
Pietro è stato incalzato in un contesto doloroso (si parlava pur sempre della sorella scomparsa), ma pacifico, si sono ribellati gli astanti, abbiamo protestato ben capendo cosa stesse accadendo, ma Pietro ha fatto un altro lavoro, non è tenuto a capire se qualcuno lo sta riprendendo con un telefonino per poter mandare in onda il suo esaurimento. Lo sdegno e la perplessità in chi ha assistito è stato escluso dal montato.
Tagliati i tentativi di chi, come me, era al tavolo accanto a Pietro. Quella mattina ho visto tutta la sua fatica per i 42 anni di ricerca di sua sorella. Pietro è logorato e chi si è affacciato da poco a questa storiaccia forse non sa che c’è chi lo aizza scientemente da anni per portarlo all’esasperazione (fortunatamente hanno inventato i giga e gli screen shot).
A margine del lato umano, che personalmente è quello che mi agita maggiormente, non è secondario l’aspetto schizofrenico: una sola Azienda e tante teorie. Va bene, ognuno fa il suo. Se un signore si convince di una pista, può liberamente cavalcarla, ci mancherebbe.
Al massimo, gli arriva una giusta querela se esagera con eventuali illazioni, ma il punto è: perché inseguire e fare le poste ai parenti delle vittime? In determinati contesti pacifici sarebbe stato meglio palesarsi con delle telecamere, ma su tutto non si capisce cosa vi spinga a voler necessariamente convincere la famiglia di Emanuela della bontà delle vostre opinioni.


