Pareri di congruità e OdG del Lazio: mai dire mai
Negli ultimi giorni l’intervento della magistratura sul lavoro povero digitale è stato tempestivo e netto. Non solo la procura di Milano sta agendo nei confronti delle società di intermediazione di cibo a domicilio ma, perquisendo le sedi delle catene di approvvigionamento, ha acquisito documenti e atti dalle aziende che sfruttano quei servizi.
Sotto accusa innanzitutto la condizione di povertà dei riders di Glovo e Deliveroo, ciclofattorini in larga parte stranieri che guadagnano quattro euro l’ora in condizioni materiali precarie, in spregio del pericolo fisico durante le operazioni di consegna.Ma è una storia che riguarda solo quei lavoratori o sottolinea la condizione di sfruttamento e lavoro sottopagato tipico di una buona parte dei giornalisti?
Nonostante l’impegno della parte più sensibile della categoria ancora oggi bisogna spiegare bene cosa si intenda per equo compenso e pareri di congruità. Entrambe le categorie vorrebbero rappresentare un argine e un limite alla povertà giornalistica dei lavoratori non dipendenti.
La legge 233 del 2012 ha stabilito solo per il giornalismo che gli editori devono pagare coloro che non sono dipendenti secondo l’equo compenso. Quest’ultimo è definito da una apposita Commissione presso la Presidenza del consiglio in cui sono rappresentate le parti sociali e l’Ordine dei giornalisti. I valori sono stati rilasciati in un’unica circostanza più di dieci anni fa, durante la guida di Luca Lotti al Die, ma quel quadro regolatorio, poi sostanzialmente ripreso nel contratto di lavoro Fieg Fnsi per i compensi dei collaboratori coordinati e continuativi, è stato bocciato dalla magistratura amministrativa su ricorso dell’Ordine dei Giornalisti perché violava le previsioni dell’articolo 36 della Costituzione.
In sostanza era iniquo e ingiusto. Quell’equo compenso si posizionava (molto) al di sotto delle retribuzioni contrattuali previste per i dipendenti a parità di tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione.
I giudici del lavoro e i giudici costituzionali (e nel caso che vi abbiamo raccontato anche i giudici penali) individuano evidentemente un compenso equo, se questo è in linea con i contratti di lavoro firmati dalle organizzazioni di categoria datoriali e dei lavoratori più rappresentative. La contrattazione affidata alle rappresentanze significative per la magistratura costituirebbe garanzia incontrovertibile di un lavoratore retribuito correttamente.
Sulla scorta quindi del precedente specifico e di una linea di diritto più ampia, Fnsi e OdG hanno elaborato tre anni fa una proposta destinata al ministero di Giustizia ma utilizzabile anche sul tavolo del Die sulla linea dei tre contratti di lavoro firmati da Fnsi, indicando nella giornata o nella mezza giornata di lavoro contrattuale l’unità di misura per la liquidazione dei compensi dei giornalisti non dipendenti.
Solo nello scorso mese la Fieg ha formalizzato al Die la sua controproposta che però resta al di sotto della linea contrattuale e quindi, come hanno denunciato anche i lavoratori autonomi di Stampa Romana, fornisce una soluzione inaccettabile del rebus.Il sottosegretario Barachini ha raccolto le proposte e le ha girate al ministro di Giustizia. Non si sa se consideri così concluso il suo lavoro senza una decisione della Commissione o aspetti una decisione del ministro di Giustizia.
Nel trasloco da un ramo all’altro dell’amministrazione l’equo compenso diventa parere di congruità. Invece di essere un prezzo immediatamente operativo della prestazione di ogni tipo di lavoro autonomo (prestazione occasionale, partita iva, cococo che sia) sul quale misurare l’affidabilità e la serietà delle imprese editoriali anche in termini di finanziamento pubblico da erogare o negare, diventa un parametro di riferimento per la liquidazione giudiziale dei compensi e può essere usato dai colleghi anche in via preventiva, per conoscere quanto possa essere retribuita correttamente una prestazione lavorativa. Se il “freelance” non dovesse essere retribuito in linea con le tabelle fissate dal ministero potrebbe rivalersi a valle dell’articolo, del servizio, del prodotto web o audiovisivo realizzato davanti al giudice del lavoro.
La presidente Meloni, il cui nome richiama una legge sull’equo compenso a tutela dei professionisti impiegati dai grandi committenti (legge 49/2023), ha promesso nella conferenza stampa di inizio anno che queste tabelle sarebbero arrivate entro febbraio.
Il tempo è scaduto.
Ma bisogna veramente attendere Nordio perché l’Ordine dei Giornalisti verghi un parere di congruità?
E qui arriviamo al funzionamento dei nostri enti di categoria, in questo caso dell’Ordine dei Giornalisti.
Ogni Ordine ha la funzione di tutelare i propri iscritti che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono liberi professionisti e le tabelle, dopo anni di retorica liberalizzante, sono tornate a essere un presidio di difesa dal lavoro povero se non addirittura gratuito. Quasi tutti gli ordini dispongono di queste tabelle ad eccezione dell’Ordine dei Giornalisti.
Ma in attesa che il ministero faccia la sua parte il nostro Ordine ovvero quello del Lazio può agire, può rilasciare pareri di congruità?A nostro avviso sì.Il capo del Ministero ha avvertito più di un anno e mezzo fa che nulla osta a procedere anche in assenza di una tabella specifica. Gli Ordini regionali ne hanno facoltà.L’Ordine nazionale d’altronde ha elaborato la sua proposta in linea con i contratti nazionali e, come abbiamo ricordato, è stata depositata tre anni fa al Ministero di Giustizia. Buon senso vuole che questa proposta sia stata discussa e presentata anche agli Ordini regionali ed è una proposta che ricalca i contratti nazionali. E logica a questo punto
vorrebbe che sul territorio si sia conseguenti. Invece nell’Ordine del Lazio, nonostante il grande impegno dei consiglieri Carlo Picozza e Sara Menafra, non si riesce ancora a centrare l’obiettivo. E scriviamo Ordine del Lazio perché sappiamo che altri ordini regionali sono già disponibili a rilasciare i pareri di congruità e persino nei siti inseriscono modulistica, tempistica e altri elementi utili per i colleghi.
Dai rumours a disposizione, perché questa vicenda non è oggetto di doveroso scrutinio pubblico, le difficoltà riguarderebbero la rivalsa che i colleghi potrebbero chiedere ai vertici dell’Ordine se il giudice nel suo libero convincimento dovesse decidere altrimenti dal parere di congruità che hanno prima ottenuto e poi presentato in giudizio.
Argomentazioni molto fragili e piuttosto inconsistenti.Queste presunte ragioni di privacy, ove fossero valide, varrebbero per i pareri di congruità di tutti i professionisti, non solo quelli dei giornalisti, che citano in giudizio i committenti inadempienti e non ci pare di leggere proprio sulle nostre testate proteste contro i giudici che deviano dalle tabelle professionali e dai pareri di congruità dei loro Ordini di riferimento. E non vediamo come i giudici potrebbero contestare pareri economicamente in linea con i contratti di lavoro più rappresentativi di categoria.
Di più non si comprende in che modo anche quando ci si trovasse di fronte a un giudice “ostile” il collega potrebbe rivalersi di fronte a un Ordine che motivasse in modo coerente e sistemico il parere di congruità. E tra l’altro i consiglieri dell’Ordine ricevono un compenso che dovrebbe stimolare la loro autonomia e la loro iniziativa a tutela delle colleghe e dei colleghi.
Inoltre un Ordine inadempiente di fronte a una legittima richiesta verrebbe meno a un proprio dovere giuridico. Gli Ordini hanno un carattere normativo e di legge. Non capiamo come potrebbero non rilasciare un atto del genere che sono tenuti a definire configurando una specie di omissione di ufficio.
A meno che non alberghi negli uffici e negli altri consiglieri della Torretta la convinzione che non esista il problema della povertà e dell’ingiusto trattamento di centinaia di giornalisti. Ma se così fosse andrebbe spiegato molto bene alle centinaia di professionisti non dipendenti sfruttati che incrociamo ogni giorno nelle conferenze stampa, nei corridoi delle istituzioni, nei posti dove si racconta ogni giorno con i rischi del mestiere questo strano Paese.
Questa inazione, questo immobilismo ricade sulla durissima vertenza contrattuale in atto.
Se l’Ordine territoriale più importante con quello lombardo deliberasse pareri in linea con le richieste contrattuali darebbe un altolà all’esercito di riserva di collaborazioni sotto pagate in mano agli editori e darebbe una grande mano d’aiuto a chi sta cercando di strappare dalla Fieg condizioni contrattuali più degne per l’intera categoria.
Dimostreremmo che non esistono più zone d’ombra o scorciatoie in grado di favorire gli imprenditori che comprimono sulla soglia della povertà il costo del lavoro. Ribalteremmo un paradigma che sta strozzando l’informazione professionale, in particolare quella dei quotidiani e dei siti.Sarebbe una dimostrazione inattaccabile di coerenza complessiva in un campo, quello ordinistico, completamente in mano alle giornaliste e ai giornalisti.Un atto di coraggio e determinazione incisivo e apprezzabile.
La domanda dunque resta solo una.
Se non ora, quando?