Pericolose emulazioni

Non sempre a fare scuola sono le idee costruttive. L’emulazione può infatti talvolta ispirarsi a modelli perversi. Lo dimostra, in maniera indiretta, la vicenda che in queste settimane sta coinvolgendo i circa cento lavoratori dell’agenzia di stampa nazionale Askanews. Sono loro ad essere ormai prossimi ad una cigs unilaterale al 70% che sta giustamente sollevando proteste e solidarietà tra i colleghi e non solo. Ma pochi ricordano che c’è un’altra agenzia di stampa nazionale (più piccola, ma non per questo meno importante) che quella cigs al 70% per cento la sperimenta da mesi: AGV/Il Velino. Un’agenzia che, per la verità, viaggia da almeno sei anni su un binario di ammortizzatori sociali sempre crescenti che tradiscono (come nel caso della più robusta Askanews) il mandato per cui è stato concepito questo strumento di politica del lavoro. Eh sì perché il punto è proprio questo: se tu riduci a livelli insostenibili la tua forza lavoro non stai cercando di tirare il fiato dal punto di vista finanziario per riorganizzarti e ripartire con più energie. Stai semplicemente tirando a campare a spese delle risorse pubbliche. In attesa di cosa? Forse di una congiuntura politica che ti fornisca le entrature per partecipare di nuovo alla distribuzione di altre risorse pubbliche.

Solo che c’è un piccolo problema: l’informazione, specie quella primaria delle agenzie di stampa, non è un bene di consumo ma un diritto-dovere costituzionale. Uno strumento quotidiano essenziale per una società democratica. Non si può insomma smettere per un po’ di produrre notizie come farebbe una fabbrica di elettrodomestici perché deve smaltire i frigoriferi giacenti in magazzino. E’ lampante e oggettivo che se scendi sotto un certo livello di guardia per quantità di giornalisti impegnati e ore di copertura del servizio perdi la capacità di presidiare adeguatamente la realtà sociale da raccontare agli altri media, affinché loro possano  poi  trasmetterla ai cittadini.

Per onestà intellettuale andrebbe a questo punto ricordato però che a confondere notizie e frigoriferi è anche il principale committente pubblico. Sia la vecchia dinamica dei contributi della Presidenza del Consiglio alle agenzie di stampa, sia l’infelice ipotesi della famigerata direttiva-Lotti, sia i nuovi bandi europei che hanno stravolto il settore, continuano infatti a pensare soprattutto in termini di takes. Un’unita di misura del prodotto giornalistico quantomeno perversa che, diciamocelo senza ipocrisie, ha creato la ricetta della “notizia-spezzatino”: buttare dentro di tutto (anche i comunicati più insignificanti) e soprattutto frammentarne i testi nel maggior numero di lanci possibili.

Va da sé che una simile dinamica non mortifica solo le professionalità, non rende solo superflue certe figure redazionali, ma consente agli editori di ridurre la forza-lavoro. Se un desk mi macina in un turno una montagna di takes per quanto insignificanti, perché devo impiegare inviati e specialisti che in uno stesso turno mi portano a case magari solo due o tre takes? È poi così importante che soltanto queste ultime siano le vere notizie e magari esclusive?

E qui veniamo al nuovo rischio emulativo che AGV/il Velino sta creando. In quella redazione non ci si limita a tirare a campare con percentuali di cigs cha l’hanno trasformata in una landa desolata. Da circa tre anni si è deciso (con un primato tutt’altro che invidiabile nel giornalismo italiano) di abolire caporedattori e capiservizio, mettendoli prima tutti in cigs a zero ore per un anno e mezzo e poi riammettendoli in servizio con la cigs enorme di cui sopra, ma demansionati a redattori ordinari, grazie al sopravvenuto jobs act. Una scelta che non solo sembra dettata dalla gretta esigenza di risparmiare sugli stipendi più alti, ma che disconosce in maniera programmatica i fondamentali ruoli di indirizzo, coordinamento e controllo all’interno di una testata. Una scelta del resto motivata con queste testuali parole: “Rinunciare al profilo professionale dei capiservizio e del caporedattore che hanno contribuito solo in modo marginale alla produzione dei lanci, eliminando ogni sovrastruttura gerarchica ed organizzativa tra la funzione apicale del direttore responsabile ed i redattori”.

E la netta divisione in settori specialistici dell’indistinto magma informativo? E le riunioni di redazione in cui stabilire i temi da focalizzare nella giornata? E le scelte sull’assegnazione, in base a competenza ed esperienza, di argomenti e coperture? E il monitoraggio costante dell’evoluzione dei temi assegnati? E il controllo costante dei contenuti (ma anche della forma) di ciò che deve andare in rete? Tutti concetti obsoleti e costosi. Tutte sovrastrutture che rallentano la produzione fordiana e che impoveriscono le casse di editori che devono soltanto far quadrare i loro conti. In attesa di recuperare gli agganci giusti per sedersi di nuovo a tavola e pasteggiare a sovvenzioni pubbliche. Rischio d’impresa? Investimenti per rilanciare il prodotto e conquistare nuovi mercati? Non scherziamo…

Cosa dicevamo all’inizio? Ah sì: “Non sempre a fare scuola sono le idee costruttive. L’emulazione può infatti talvolta ispirarsi a modelli perversi”. Meditate gente, meditate…

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