Inpgi: nuovi musicisti, spartito identico. Liquidità garantita solo per 1 anno.

di Elena G. Polidori, Consigliere d’Amministrazione Inpgi

 

 

 

 

Sembra che tutto, in questi ultimi tempi, congiuri contro la sopravvivenza dell’Inpgi, più di quanto non abbiano già fatto in questi anni gli amministratori di maggioranza che si sono succeduti alla guida dell’Ente. Giusto qualche giorno fa, dalla Corte di Cassazione è arrivata una mazzata, non si sa quanto attesa, sulla cancellazione del divieto di cumulo per i giornalisti pensionati. Una manna per editori, sempre più assetati di taglio del costo del lavoro, dediti alla consueta socializzazione delle perdite grazie alla solidarietà di molti colleghi e che d’ora in poi potranno serenamente continuare ad usare giornalisti pensionati per confezionare i loro prodotti sempre più scadenti, lasciando le nuove generazioni di cronisti annegare in un lavoro sempre più povero e sempre più precario, con una contribuzione pensionistica tanto modesta da garantire, a fine di carriera, un assegno a livelli di elemosina.

Per l’Inpgi si tratta di un’ulteriore perdita di possibili introiti contributivi, a fronte di un’altra piaga che si profila all’orizzonte, ovviamente sempre per mano datoriale; l’estensione della cassa integrazione anche agli articoli 2 e 12, presenti nelle aziende italiane per oltre 700 unità. Nuovi assegni di cassa da pagare (per quanto modesti), dunque, per consentire l’avvio di una valanga di prepensionamenti che il governo ha voluto regalare agli editori fino al 2027, senza garantire all’Istituto nessuna contropartita per garantirne la sopravvivenza.

Che, infatti, è più in bilico che mai. A breve si conosceranno i nuovi dati di bilancio, ma la parabola punta inevitabilmente verso il rosso profondo. Molto profondo. Di quanto, lo si saprà a giorni.
Nel corso di una tesa seduta della commissione Bilancio dell’Ente di qualche giorno fa, la presidente, Marina Macelloni, ha tracciato uno scenario drammatico; se non sarà anticipato al 2021 l’ingresso dei cosiddetti ‘comunicatori’, un travaso dall’Inps all’Inpgi, a breve (un anno) non ci sarà più liquidità per garantire il pagamento delle prestazioni.

E questo anche perché la vendita degli immobili è ferma da un anno e mezzo e l’Istituto è costretto a vendere titoli e sbloccare investimenti per potersi garantire un flusso di cassa congruo per pagare gli assegni pensionistici in essere. Va detto, peraltro, che la questione del presunto ingresso dei comunicatori presenta tutta una serie di interrogativi e di ombre che non vengono assolutamente fugati dall’attuale dirigenza Inpgi e questo non può che destare ulteriore preoccupazione, anche alla luce del fatto che i numeri che vengono mostrati sull’entità del – sempre presunto – gettito previsto non riuscirebbero mai a garantire respiro alle casse dell’Ente per un tempo abbastanza lungo come prevede la legge.
Insomma, un pasticcio. Su cui anche chi siede in cda non riesce ad ottenere risposte e documenti.
In questo quadro, che comunque spingerebbe qualsivoglia dirigenza gestionale a premere in modo continuo e robusto sulla parte politica che deve formalizzare questo passaggio di ‘sopravvivenza’ per le casse dell’Inpgi, si assiste, invece, ad un sostanziale immobilismo attendista della parte maggioritaria del cda, come se si volesse far ricadere – poi – sulla politica e sul governo la responsabilità di un fallimento dell’Ente che è sempre più alle viste. Un immobilismo che, per altro, è ben visibile anche nei rappresentanti dei ministeri vigilanti, presenti in cda, alcuni dei quali in imbarazzante ‘prorogatio’ dal giorno del passaggio alla nuova ‘legislatura’.

Questa ‘inedia’ potrebbe già essere considerata grave, ma quello che davvero risulta incomprensibile è l’inesistenza di un piano ‘B’ rispetto all’ingresso dei comunicatori; nessuno, insomma, che ancora si chieda realmente – almeno ufficialmente – cosa potrebbe succedere se la politica, la maggioranza di governo, cambiasse idea rispetto a questo progetto, ritenuto – già all’epoca del governo Conte 1 – troppo oneroso per le casse dell’Inps. Di più; senza chiarezza sui tempi di ingresso di questi ‘comunicatori’, per l’Ente non sarà possibile avere quadro attuariale in grado di dare una visione minimamente prospettica della sopravvivenza dell’Istituto di qui ai prossimi anni; non troppi, giusto una decina.
Siamo “tra color che son sospesi”, allora. Ma la domanda è: che fare? Un quesito semplice, franco, diretto, rivolto in una seduta del cda alla presidente Macelloni da un consigliere generale, membro della commissione Bilancio. E a cui la stessa ha risposto laconicamente che, in caso di ‘voltafaccia’ politico, ci si “vedrebbe costretti” a tagliare le prestazioni, senza per altro specificare cosa s’intenda per ‘taglio’ di una prestazione che conosce diverse declinazioni a seconda della necessità (le pensioni? Le reversibilità? Le assicurazioni? Cosa, insomma???).

Chi, come me, oggi siede in cda continua ad avere informazioni frammentarie dai vertici dell’Inpgi che vedono avversari ovunque e dunque rendono disponibili i documenti sempre all’ultimo minuto, in modo da non dare possibilità di lettura ponderata e di riflessione. In particolare ai consiglieri di opposizione, vissuti come ‘il nemico da arginare’. E ogni domanda, ogni argomentazione, ogni controdeduzione, viene vissuta con fastidio dalla dirigenza, come il classico ‘disturbo al manovratore’; una dirigenza che continua a pensare all’Inpgi come una cosa propria e non come un bene collettivo da salvaguardare.

Una guerriglia costante, quindi, che rende il lavoro di chi si trova oggi in cda dalla parte opposta di chi comanda, defatigante e spesso anche avvilente, perché ancora una volta la gestione delle pensioni viene utilizzata come “prova di forza” di una maggioranza che ci ha portati a questo punto – ad un passo dal default – ma insiste nel voler dettare l’agenda sul futuro non solo dell’Istituto, ma dell’intera categoria; i risultati sono sotto gli occhi di tutti. A partire dal prossimo bilancio che non sembra lasciare speranze.

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