Le minacce a Verdelli segno di un tempo malato

Riprendiamo dal profilo Facebook di Giampaolo Cadalanu 

 

 

 

Prima un gruppo di figuri con le maschere sul volto, militanti di Forza Nuova, si è esibito in una “protesta” (ovvero: un atto di intimidazione) all’ingresso della redazione, con tanto di fumogeni, per segnalare la “parzialità” di Repubblica e dell’Espresso. Avevano osato, nientemeno, guardare nei conti economici dell’estrema destra. A quel tempo fra colleghi abbiamo persino scherzato, perché l’azione squadristica – limitata in realtà a gesti di folklore – di fatto ci aveva consacrato nel ruolo della sorveglianza antifascista. Più che una vera minaccia, ci era sembrata un’azione per recuperare la visibilità nell’universo bruno, offuscata dai camerati concorrenti di Casa Pound.
Poi però, quando il nuovo direttore Carlo Verdelli ha voluto una campagna “forte” per ricordare l’identità di Repubblica, è cominciata una corrispondenza minacciosa. Lettere anonime, naturalmente, perché evidentemente metterci la faccia non è un’abitudine diffusa in quelle profondità oscure. La frequenza è aumentata poi quando il quotidiano è uscito con il titolo “Cancellare Salvini”. Era un titolo forte, provocatorio probabilmente, che sottolineava non solo le parole di Graziano Del Rio, intervistato sulla possibilità di correggere le aberrazioni dei decreti firmati dal leader leghista, ma anche la necessità di chiudere un periodo poco onorevole per il Paese.

E allora le minacce sono diventate uno stillicidio. Alle lettere anonime contro Verdelli e contro Scalfari, imbucate magari in una cassetta postale estera, si sono affiancati plichi con una polverina bianca, in perfetto stile da suprematisti bianchi Usa. Non erano spore di carbonchio (quello che qualche collega frettoloso chiama antrace), ma il messaggio era chiaro: la prossima volta lo potrebbero essere.
E’ arrivata persino una telefonata in tarda serata, a segnalare una bomba in redazione: sgombero veloce, pompieri, polizia, carabinieri, cani antimina, tante battute sugli allarmi anti-interrogazione ai tempi del liceo, un paio d’ore buttate e un filo di tensione.

Però al Viminale queste minacce sembrano prese sul serio. E adesso Carlo Verdelli dovrà adattarsi a vivere sotto scorta, come prima di lui Roberto Saviano, Federica Angeli, Paolo Berizzi. Sembra quasi inutile sottolinearlo: le minacce al direttore sono espressione di intolleranza verso il nostro lavoro nel suo complesso. Chi considera l’esercizio del diritto di cronaca e di critica come un attacco intollerabile è di norma una persona di grande modestia culturale, che difficilmente, al di là di gesti folli, potrà mai dar seguito alla rabbia.
Ma l’atmosfera in cui queste minacce sono cresciute – il brodo di coltura – è di per sé un prodotto malato dei nostri tempi. Se domani un ragazzotto cresciuto in curva (Nord o Sud che sia) si sentisse autorizzato, nelle sue modeste capacità intellettuali, a “esprimere il suo dissenso” con un gesto violento, sappiamo da dove gli è arrivato il segnale di luce verde.

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