Il partito della monnezza e l’antimafia di “carta”

La posta in gioco nello scontro tra Claudio Fava e Paolo Borrometi

di  ATTILIO BOLZONI

 

 

Qualcuno lo chiama “il partito della monnezza”.

Ma non fa solo affari legali e a volte anche illegali, non ingoia soltanto discariche pubbliche che con una firma benevola diventano private, non smaltisce solo scarti. E’ qualcosa di più. E’ un club capace di condizionare alti funzionari dello Stato, decisioni di prefetti e anche di ministri dell’Interno, è capace di sciogliere comuni con la colpa più grave: quella di mafia. Amministrazioni bollate con il marchio infame della mafiosità senza prove e spesso anche senza indizi. Così, per far piacere agli amici. Che poi sono i padroni della “monnezza”.

Le vittime invece sono i sindaci, di sinistra e di destra, trascinati nel fango da un giorno all’altro con malevole soffiate e “informative” poliziesche pilotate. Vittime con un filo che li lega uno all’altro: tutti che si opponevano a una discarica nel loro territorio. Di questi sindaci colpiti e affondati, in Sicilia, ufficialmente ce ne sono già tre. Ma s’indaga su altri primi cittadini messi fuori gioco ad arte, s’indaga su altri “scioglimenti” sospetti.
Diciamo subito che il vero merito della scoperta di questa spaventosa vicenda – anche se qualcosa era stato scritto in qualche articolo e denunciato su un paio di libri  – è di Claudio Fava, presidente della Commissione Antimafia della Regione Sicilia, scrittore, sceneggiatore, giornalista come noi e come lo era pure suo padre Pippo che nel gennaio del 1984 è stato ucciso proprio perché faceva davvero il giornalista in una città (Catania) dove era meglio stare zitti.

Il presidente Fava, in una relazione votata all’unanimità dalla Commissione, ricostruisce in quasi 200 pagine l’incredibile storia del club – il partito della monnezza – che ha fortemente voluto cancellare tre amministrazioni comunali siciliane in nome di una legalità assai sospetta e molto interessata. Tre sindaci – quello di Siculiana, quello di Scicli, quello di Racalmuto – sono finiti nel gorgo delle indagini antimafia dopo che le loro giunte avevano votato contro nuove discariche nei loro territori.

Subito dopo avvisi di garanzia (reato ipotizzato, concorso esterno in associazione mafiosa), magistrati un pò superficiali che abboccano ai dossier polizieschi, prefetti che intervengono con solerzia con relazioni al Viminale, ministri dell’Interno che volentieri sciolgono. Naturalmente i sindaci sotto gogna qualche mese dopo saranno tutti prosciolti e senza tante scuse. Non erano amici dei mafiosi, non era collusi: difendevano semplicemente i loro Comuni da monnezza e interferenze esterne. Ma il club, potente per almeno una dozzina di anni in Sicilia, gliela doveva far pagare a quei primi cittadini che avevano osato mettersi di traverso. 

In uno dei tre casi, quello di Scicli, provincia di Ragusa, l’affaire si è rivelato ancora più inquietante anche per un interessamento dei servizi segreti e per una martellante campagna stampa contro la giunta che non voleva i rifiuti nel suo Comune.

La successione dei fatti è implacabile. 

La delibera dell’amministrazione di Scicli che ferma l’autorizazione è del 15 luglio 2014, il giorno dopo il prefetto nomina una commissione di accesso al Comune (iniziano le indagini per verificare le infltrazioni mafiose), due giorni dopo il sindaco Franco Susino riceve un avviso di garanzia per concorso esterno. Un anno dopo, nel luglio del 2015, il Comune viene “chiuso” per mafia (lo scioglimento è firmato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano) e l’anno dopo ancora – nel 2016 – l’azienda che voleva la discarica avrà finalmente la sua discarica.
Nel frattempo il sindaco indagato va a processo – un dibattimento per fortuna velocissimo – e viene assolto: non ha mai avuto rapporti con i boss e non li ha mai favoriti con gli appalti pubblici.

Le motivazioni della sentenza lasciano senza fiato: «Appare ovvia l’assurdità di correlare la condotta di favoreggiamento (nel 2008, ndr) ad un gruppo criminale che sarebbe sorto ben quattro anni dopo (nel 2012, ndr)…In definitiva è inaudito che l’imputazione abbia superato il vaglio dell’udienza preliminare».
Ma facciamo un passo indietro. Chi chiedeva con forza di spazzare via per mafia il Comune di Scicli? Più di ogni altro il senatore Beppe Lumia, personaggio al centro delle più fitte trame politiche siciliane, lo sponsor di presidenti della Regione indagati per reati associativi come Raffaele Lombardo o “antimafiosissimi” sulla carta come Rosario Crocetta, sostenitore accanito di quel “sistema” di legalità farlocca al cui vertice c’erano il vicepresidente di Confindustria Antonello Montante, il “banchiere” Ivan Lo Bello e il “re delle discariche” Giuseppe Catanzaro.

Ma in questa scabrosa vicenda del Comune di Scicli si inserisce in un affaire che riguarda noi giornalisti e racconta tanto sul ruolo dell’informazione sui fatti di mafia e di antimafia.
E’ un caso nel caso. Nella relazione sul business dei rifiuti della Commissione Antimafia siciliana è citato il nostro collega Paolo Borrometi, oggi vicedirettore dell’Agi e fondatore e direttore de La Spia, “testata giornalistica on line indipendente” registrata al Tribunale di Modica – città di Borrometi – nel 2013.
Borrometi è stato ascoltato in una delle tante audizioni della Commissione “per la sua campagna giornalistica particolarmente intensa” (parole del presidente Fava) in favore dello scioglimento del Comune di Scicli. Un po’ smemorato (tanti i suoi “non ricordo” alle domande dei commissari) ha fornito comunque la sua versione dell’affaire Scicli e tutto sembrava finito lì. Sembrava.

Poi il colpo di scena. Qualcuno chiede a Borrometi se ha mai informato i suoi lettori su un appello del 2015 – firmato anche dai giudici Severino Santiapichi e Salvatore Rizza, dal pittore Piero Guccione e da Alessia Gambuzza di Legambiente – contro lo scioglimento del Comune di Scicli. E’ passato molto tempo e Borrometi non ne ha sicura memoria. Il presidente Fava, prima di passare a un’altra domanda, dice: «Noi, non abbiamo trovato nulla, nonostante una ricerca abbastanza meticolosa». Una funzionaria della Commissione Antimafia precedentemente aveva anche invitato Paolo Borrometi a raccogliere pubblicazioni e articoli a sostegno della sua audizione, ma in Commisione non era mai arrivato nulla.

La relazione di Fava viene resa pubblica a metà aprile del 2020 e pochi giorni dopo, Paolo Borrometi sul suo profilo facebook apre una polemica contro la Commissione Fava concentandosi proprio sulla “meticolosa ricerca” della Commisione su quell’appello non trovato fra i suoi articoli.

Il titolo è “Zucchero e miele per i mafiosi».
Scrive Borrometi, invitando tutti a cercare su internet ciò che la Commisione Antimafia non era risucita a scovare: «Mi si accusa di non avere pubblicato l’appello pro Scicli contro lo scioglimento. Falso, falsissimo. Ma cosa vuole dire per il Presidente Fava “ricerca abbastanza meticolosa”? Provate a mettere su Google “appello contro lo scioglimento di Scicli”, vedrete che vi apparirà la pubblicazione del 15 marzo 2015 da me – ribadisco – pubblicato. Un’operazione semplice, che ha presto sollevato una domanda: come ha fatto la Commissione a non trovarlo?».
Passano alcuni giorni ancora e i giovanissimi redattori di una testata ragasuna, Generazione Zero, scoprono che il 2 marzo 2020, esattamente cinque giorni dopo l’audizione di Paolo Borrometi in Commissione Antimafia, qualcuno ha apportato una modifica sul sito e l’articolo fantasma è miracolosamente comparso in data marzo 2015. Retrodatato di cinque anni.

Qualcuno ha messo le mani sul sito, chi lo stabiliranno gli investigatori della Polizia Postale. Il Presidente Fava ha avuto mandato dall’intera Commissione (solo due assenti)  di querelare Borrometi “per avere denigrato l’Istituzione” accusandola in sostanza di falsità e chiede di verificare “se ha retrodatato un articolo”, intanto si è autosospeso dall’Ordine dei giornalisti in attesa che il Consiglio di disciplina dell’Ordine faccia partire un’istruttoria per accertare ciò che è accaduto. Anche Borrometi, poi, ha annunciato una querela contro Fava.

Ma quella che frettosolosamente viene definita da qualche quotidiano o da qualche testata on line come “polemica” o liquidata come “scontro”, nasconde qualcosa di più profondo che ha molto a che fare con il nostro mestiere.
Su come si fa informazione, su come si fa soprattutto informazione sulla mafia e sull’antimafia. Con slogan, retorica, propaganda, con i “mi piace” a tempesta sulle frasi di “Giovanni” e “Paolo” (sempre rigorosamente e vergognosamente chiamati per nome, due magistrati della Repubblica ridotti a santini da agitare alla bisogna), su “Agnese” (la moglie del procuratore Borsellino), e su tanti altri altri caduti della Palermo degli anni ’80 e ’90. Un’informazione superficiale, galleggiante. Un’informazione – e questa è la mia opinione – sostanzialmente innocua. Dice Fava – che nei mesi scorsi  è stato attaccato duramente anche dalle Iene per un’altra inchiesta sul “caso Antoci”, l’ex presidente del Parco dei Nebrodi vittima di un attentato dai contorni misteriosissimi: «Definirsi un giornalista antimafia, come fa Borrometi, è un’idea aberrante.

I giornalisti cercano umilmente la verità, come ci hanno insegnato i ‘padri’ di questo mestiere. Le autocertificazioni e le patenti antimafia hanno prodotto equivoci a tutti i livelli, basti ricordare il caso dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante». E ancora: «Facebook, poi… L’informazione parla a tutti, non ai diretti interessati, e considero puro esibizionismo l’uso dei social per fini giornalistici. Uno lancia un’invettiva, l’altro risponde.Ma che gioco è?”».
Già, che gioco è? Un’ultimissima osservazione. Sempre molto personale. Ma vi pare normale, per un giornalista, chiamare in quel modo una testata che diffonde informazione? Vi sembra davvero quantomeno felice chiamare un giornale La Spia?

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