Il prisma di SanPa: una lezione da ascoltare

“Sarà la musica che gira intorno

Quella che non ha futuro

Sarà la musica che gira intorno

Saremo noi che abbiamo nella testa

Un maledetto muro”

(Ivano Fossati)

Il reticolato di mattoni da abbattere assomiglia molto al filo spinato che spunta attorno a uno dei reparti di San Patrignano.

Evita lo sguardo di intrusi ma non riesce a tenere fuori la luce.

SanPa, serie in cinque puntate, il documentario giornalistico di long form sulla comunità terapeutica di San Patrignano, ha distrutto il muro.

Da anni nel nostro paese, così travolto dall’onda anomala di una infodemia tambureggiata dai social e da una informazione televisiva costituita da una girandola chiassosa di talk show, non si assisteva ad un prodotto di chiara impronta giornalistica che durasse nel tempo.

Mentre scrivo leggo ancora commenti ed analisi sui principali quotidiani italiani su quegli anni formidabili e maledetti, a distanza di due settimane dalla disponibilità del lavoro.

I commenti e le analisi sono le più disparate: si rimbalza dal tema delle tossicodipendenze e della risposta nelle comunità al ruolo dei sert, dalla discussione sul paternalismo “violento” del metodo Muccioli ai sistemi di recupero molto più basati sull’ascolto, sulla comprensione e sull’uso del metadone in chiave farmacologica.

Contano addirittura le assenze.

Forse dopo i disastri lombardi nella gestione della pandemia i vertici del centrodestra locale pensavano già alla sostituzione di Gallera. Ma Letizia Moratti ha recuperato un sussulto di notorietà anche per l’eco di SanPa, per aver rifiutato una intervista ai responsabili del documentario, e oggi è lei l’assessore alla sanità della Lombardia. Assomiglia quest’ultima vicenda ad una parodia dell’immortale Moretti del “mi si nota di più se non vengo o se vengo e mi metto in disparte”?

Tutte analisi corrette per un lavoro imponente che lascia un  segno forte nella memoria come da tempo non accadeva nel mondo dell’informazione televisiva.

A contare non è solo il metodo statunitense giornalistico delle tre conferme per ogni passaggio controverso del documentario e non solo la qualità delle testimonianze a iniziare da quelle dell’ex portavoce della comunità ma anche una narrazione che rifiuta lo schieramento cercando nel racconto una strada complessa ma sostanzialmente riuscita (unico cedimento il riferimento alla presunta omosessualità di Muccioli). Racconta il grigio di cui è fatto il mondo, pur nella struttura di agnizione e perdizione in cinque atti impostata dagli autori a iniziare da Gianluca Neri, ideatore di SanPa per conto della sua società di produzione “42”.

Proprio lo sforzo produttivo e la sostanza del lavoro deve raccontare qualcosa alla nostra comunità.

L’approfondimento paga. Il nostro lavoro tendente all’artigianato e al deperimento rapido, se strutturato in un certo modo, può confrontarsi con il tempo e può contribuire a scrivere la Storia più recente. La figura controversa di Muccioli traghetta il paese dal riflusso dell’impegno politico degli anni settanta ai primi vagiti della seconda Repubblica. Un’età ancora da esplorare e da valutare ma ricca di materiali per l’esplosione dell’audiovisivo, reduce anch’esso dalla riforma Rai del 1975, dall’apertura della terza rete e dall’arrivo dell’emittenza privata.

Guardiamo con attenzione i titoli di coda. Nessuno direbbe che SanPa non sia un prodotto giornalistico. Scorrendo i titoli di coda e gli ottanta protagonisti del lavoro collettivo immaginiamo che siano pochissimi i portatori di tesserino ordinistico. 

Il mondo dell'informazione e' cambiato e SanPa ne è una dimostrazione clamorosa. 

Si fa informazione con gli sceneggiatori, i costruttori di narrazione, la colonna sonora, i videomaker, i piloti di droni, la rete dei social e dell’advertising inondata dallo spot di SanPa, perfino dall’algoritmo di Netflix. Questo è struttura del giornalismo e di un giornalismo, lo ripeto, che recupera la memoria audiovisiva e sfida la storia. A Stampa Romana, guidata dalla nostra componente sindacale Infofuturo, non solo ci siamo accorti di queste nuove professionalità ma le promuoviamo attivamente da cinque anni con la formazione.

Ne vogliamo prendere atto definitivamente come categoria?

Con l’operazione SanPa Netflix entra definitivamente nel novero dei grandissimi editori. Era una svolta attesa già realizzata con qualche passaggio più semplice produttivamente (i documentari su Meredith Kercher o su Silvio Berlusconi). Qui però il rilancio e’ enorme. Sia per la presenza contemporanea in numerosissime edizioni internazionali, sia per la formula produttiva, la docuserie, su cui Netflix sta investendo in Italia come all’estero. Se date un’occhiata a Stanza 2806, dedicata all’ascesa e al declino di Dominique Strauss Kahn, vi renderete conto come SanPa si iscriva dentro un preciso modello produttivo. Ad esempio si rinuncia alla voce narrante, al giornalista in campo. Le inquadrature a volte sono letteralmente identiche anche nella scelta di intervistare i protagonisti a bordo letto.

Poteva qualche altro grande protagonista dei media fare SanPa? Domanda retorica se il 70 per cento del repertorio utilizzato e comprato reca il marchio Rai.

Ma allora perché una cosa del genere non è stata girata, prodotta, montata ma soprattutto ideata dall'azienda di servizio pubblico?

Inutile girarci intorno. Manca in Rai la libertà, la libertà di agire, di immaginare e di osare. 

La storia si dipana e alterna i punti di vista usando il repertorio Rai dal Mixer di Minoli a Enzo Biagi al tg3. E gli autori articolando quelle voci, rappresentative dell’arco costituzionale, hanno trovato e dispiegato un filo di racconto. 

È impossibile che una cosa del genere non possa oggi essere prodotta in azienda. Esiste la piattaforma di distribuzione, Raiplay, esiste la possibile sinergia con le reti generaliste dove invece vanno in onda gli spot Netflix di SanPa, esistono le professionalità tra colleghi di lungo corso, colleghi di nuovo conio e fresche competenze. Su una operazione del genere e’ possibile costruire alleanze e anche con società all’esterno della Rai scegliendo con cura obiettivo, risorse e metodo di produzione, mescolando dunque interno ed esterno.

È’ impossibile non farlo a meno che la Rai non sia ancora quella raccontata nell’ultimo episodio. 

Con Letizia Moratti, appena nominata presidente della Rai, i reportage su San Patrignano si riposizionano naturalmente sulla beatificazione del modello Muccioli.

Su questo passaggio non ho sentito foglia o indignazione che si muovesse come se anche quel passaggio, quel minuto di racconto sia scontato, perché iscritto nel dna dell’azienda, perché così va il mondo e così va il mondo Rai.

Se così è, allora la scelta più realista era (ed è) solo quella di vendere al miglior prezzo possibile i diritti del repertorio delle teche Rai.

Per scelte produttive e professionali di altro tipo, ma molto più contemporanee, molto più necessarie, molto più ineludibili e chieste da un pubblico (i giovani? gli universitari? il ceto medio produttivo?) che vuole fatti raccontati all'altezza dei nostri tempi, attendiamo uno scatto d'orgoglio e non il silenzio assordante di questi giorni a iniziare dal mondo che rappresentiamo, le giornaliste e i giornalisti del servizio pubblico.

Lazzaro Pappagallo – Segretario Associazione Stampa Romana

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