Ordine dei Giornalisti: voto in sicurezza, voto sereno

di Pierluigi Franz

 

In vista delle prossime elezioni dei vertici degli Ordini regionali e nazionale dei giornalisti, fissate per il 15-16 novembre e il 22-23 novembre, ha pienamente ragione il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Alessandro Galimberti a sostenere che: “di fronte alla nuova ondata di contagi, di malattie (colleghi anche molto vicini a noi) e di assillanti preoccupazioni, un passo indietro corale e rispettoso sarebbe il minimo. Ma si sa, le cose semplici e giuste spesso sembrano quasi impossibili da raggiungere ed esigono pazienza, perseveranza e molta fiducia. E una inestinguibile dose di calma”.

Mi sembra, infatti, semplicemente assurdo che il ministero della Giustizia, organo vigilante sull’Ordine dei giornalisti, non abbia ancora provveduto ad inserire in uno dei numerosi decreti legge emessi in questi mesi dal Governo dopo la diffusione della pandemia da Coronavirus Covid-19 una norma di due righe che a modifica dell’ormai superata legge n. 69 del 1963 consentisse il voto elettronico per le elezioni dei vertici degli Ordini regionali e nazionale dei giornalisti.

Peraltro i giornalisti votano ormai da tempo con il voto elettronico (che fa anche risparmiare decine di migliaia di euro rispetto ai costi dei seggi elettorali) per l’INPGI, la FNSI e le associazioni regionali stampa, la Casagit e il Fondo Pensione Complementare.

Purtroppo manca solo l’Ordine, ma unicamente perché lo impone una legge di 57 anni fa quando non esisteva internet. E così mentre, da un lato, per legge i giornalisti hanno ora l’obbligo della PEC, pena la loro sospensione dall’Albo, dall’altro, si impone esclusivamente il loro voto al seggio in un momento di vasta diffusione della pandemia!

Va ricordato che nel 2016 quando scadeva il mandato della precedente “consiliatura” dell’Ordine dei giornalisti e non vi era la pandemia i termini per le elezioni furono prorogati di oltre un anno per far approvare una legge che giustamente riduceva i componenti del Consiglio nazionale da 156 a 60 e che poi introdusse anche i rappresentanti delle minoranze linguistiche. In quell’occasione nessuno si strappò le vesti.

Ora, invece, da parte di colleghi che vivono sulla luna si vorrebbe imporre in un momento cruciale della pandemia una massiccia presenza fisica in un unico seggio di Roma e di Milano complessivamente di circa 15 mila giornalisti professionisti (oltre ad altre migliaia di pubblicisti) provenienti rispettivamente da tutto il Lazio e da tutta la Lombardia con a disposizione appena 8 ore previste dalla legge per esprimere su 2 schede in bianco ben 16 preferenze.

Non si creerebbe, forse, un assembramento vietato dalla legge? E come potrebbero essere mantenute le necessarie distanze tra le persone in fila per votare? Non ci sarebbe, forse, il rischio di contagio? E come si concilia allora il via libera a queste elezioni cartacee in un unico seggio con il divieto per legge di celebrare matrimoni con più di 30 invitati (pena multa per ciascuno di 400 euro) o di allenamento di una decina di bambini di una squadra pulcini di calcio o di tenere riunioni di organismi di enti pubblici ed equiparati in presenza di poche decine di consiglieri con l’utilizzo in loro vece di videoconferenze da remoto a distanza?

E’ possibile che non ci sia un minimo di equilibrio e di buon senso? Per di più se il 15-16 novembre e il 22-23 novembre si effettuassero così irregolarmente le elezioni di giornalisti non partirebbero, prima e dopo, una serie di molteplici ricorsi per annullarle proprio perché siamo in un momento di grave emergenza nel Paese, come dimostrano anche i recenti DPCM del premier Conte e le ordinanze dei Governatori di varie Regioni? E se si volessero tenere a tutti i costi chi può escludere che siano poi comunque bloccate da vigili urbani, carabinieri e polizia ai quali spetta far rispettare leggi e regolamenti per l’ordine pubblico e la salute dei cittadini?

E’ ora che il ministero della Giustizia si svegli e prenda finalmente adeguati provvedimenti a tutela non solo dei giornalisti e dei loro familiari, ma soprattutto della collettività.

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