Il sindacato pioniere dell’innovazione: formazione e servizi ai colleghi

pappagallo

Quali erano i pilastri e i muri portanti del nostro sistema, del giornalismo fino a dieci anni fa?

I pilastri erano capitale e lavoro, il triangolo editori, direttori e colleghi. Il precariato era un esercizio nobile o meno nobile per avere prima o poi accesso al piano superiore dei garantiti.

L’ascensore sociale pur nelle sue difficoltà, comunque funzionava perché c’era denaro pubblico, nascevano iniziative editoriali, l’emittenza nazionale e locale con le sue risorse facevano crescere il settore.

Nella crescita ogni componente gestiva una sua quota parte. Grande era la confusione sotto il cielo, con una serie di rebus aperti dal Sistema integrato delle comunicazioni ai conflitti di interesse all’assenza di editori puri, ma le bussole permettevano quanto meno di navigare sotto costa. di non perdersi in mare aperto, di contare su sette milioni di lettori e su un contributo pubblico generoso.

Nel giro di un decennio la casa è scrostata, i pilastri non sono più solidi come una volta e dai muri portanti arrivano scricchiolii sinistri.

La riduzione delle risorse in campo, a partire da quelle pubbliche per arrivare a quelle private, drenate da Google, Facebook e altri over the top, ha rivelato le crepe che si nascondevano all’interno dell’edificio.

Gli editori avrebbero dovuto fare gli editori. Non mettersi alla finestra, difendendo il prodotto tradizionale, ma rilanciarlo, innovarlo, spostarlo su altri canali distributivi, analizzandoli, sfruttandoli fino in fondo. Ma scontavano il peccato originale, non essere editori puri.

Il sindacato avrebbe dovuto incalzare gli editori sull’innovazione perché solo questa, se gestita correttamente e con lungimiranza, poteva e può consentire la sopravvivenza industriale del settore.

Abbiamo visto invece balbettii, incertezze, assenza di coraggio.

A Stampa Romana abbiamo provato nel primo anno di mandato ad avere un rapporto con gli editori sulla formazione. Abbiamo chiesto loro di agire e di farlo con il nostro contatto e la nostra sapienza. In fondo la formazione rinnova il prodotto e può aumentare il fatturato. Sillogismo semplice e lineare.

Il giornalismo, per la vocazione profonda di chi fa questo mestiere ogni giorno, è pieno di competenze, di interessi, di colleghi che per apertura mentale e interesse personale, spingono verso il nuovo.

Noi sappiamo come si fa, conosciamo questi colleghi e abbiamo chiesto agli editori in una prima fase di lasciarci lavorare.

Abbiamo trovato una serie di porte chiuse.

Non che l’argomento non interessasse, ma c’era e c’è l’ostacolo culturale di non aprire la porta di casa, di difendere il proprio hardware dallo sguardo attento di un sindacato.

Le resistenze corporative non potevano tenerci lontani dal cuore della questione.

Un settore che perde copie e lettori, perde credibilità, assume un minore ruolo sociale ha bisogno di una bussola, di una guida, di carte geografiche affidabili.

Abbiamo allora deciso di farlo da soli, di scavalcare la mediazione degli editori e di proporci come pionieri dell’innovazione.

A distanza di due anni il percorso è sotto gli occhi di tutti.

Con la nostra formazione dedicata agli strumenti professionali, video con smartphone e social media manager in testa, abbiamo formato più di 400 colleghi provenienti da mezz’Italia (non solo romani). Un terzo abbondante sono colleghi free lance, gente che non avrebbe un editore pronto a investire sul loro lavoro.

I nostri moduli da due giorni con un prezzo di poco superiore ai 100 euro, il più basso tra tutti i corsi simili disponibili sul mercato, sono ormai un punto di riferimento della nostra comunità.

In questo modo immaginiamo e costruiamo nuovi posti di lavoro coerenti con quanto ci presenta un mercato digitale.
Per chi non aveva e non ha 50 o 100 euro abbiamo organizzato con l’ente di formazione della Uil un corso per venti disoccupati. Insomma abbiamo cercato, nei limiti delle nostre risorse, una piccola soluzione anche per chi non poteva trovare le risorse per pagarsi la riqualificazione professionale.

Dopo tre mesi dalla chiusura del corso un terzo dei colleghi ha trovato una occupazione.

Se altre organizzazioni come Datamediahub o Bic Lazio sposano questa filosofia e organizzano con noi tentativi di approccio per il futuro siamo felici. E’ un segno che quello che facciamo ha un senso nella comunità più larga che si occupa di nuove opportunità legate al lavoro. Siamo diventati un punto di riferimento. Sempre pronti a rinnovare la nostra offerta e il nostro lavoro, in coerenza con le nostre risorse e con un mercato digitale in rapida evoluzione.

In questo contesto abbiamo provveduto a migliorare i servizi. L’autoimprenditorialità, 3 progetti su 60 vidimati da Stampa Romana (il 5% del totale, la prova della serietà dell’analisi su idee progettuali e conto economico), la consulenza fiscale in remoto rivolta ai lavoratori autonomi, non subordinati con il portale fiscogiornalisti, l’accordo con Caf Uil per tasse e affini, lo sportello per bandi regionali ed europei e la convenzione con la CGG per essere supportati nella presentazione delle domande, l’accesso al microcredito per finanziamenti agevolati fino a 35mila euro: sono tutti segnali di un mondo della rappresentanza che si rinnova, che non si arrende di fronte alle difficoltà, che mette in campo strategie prima e azioni poi fruibili da parte dei colleghi. Che prova a far riconoscere il sindacato non come un vecchio arnese del ventesimo secolo, ma come una scelta lucida e consapevole, come un compagno di viaggio nel tuo percorso professionale.

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