Manifesto RAI

Cavallo Rai mazzini

 

Cari colleghi e care colleghe,

è un momento di transizione per l’azienda di servizio pubblico, una azienda in cui ciascuno di noi ha dedicato anni della sua vita, del proprio impegno professionale, credendo nella missione più profonda del servizio pubblico: ascoltare i cittadini, rappresentarne con puntualità e senza inganni i bisogni e le necessità, raccontandone le sofferenze e raccogliendo così credibilità per il servizio pubblico.

Da qualche anno la Rai ha contemporaneamente acquisito una sua stabilità finanziaria con l’arrivo del canone in bolletta ma ha perso centralità nel discorso e nel dibattito pubblico. 

La sensazione è di vivere in una condizione di orpello per la comunità senza che quest’ultima senta fino in fondo la necessità del servizio pubblico. Si paga il canone come è necessario ma la centralità della Rai, con rarissime eccezioni, sembra un ricordo del passato.

La fine della polarizzazione sul conflitto di interesse, il ricambio generazionale con i giovani che cercano notizie non solo da radio e TV ha fatto calare i riflettori su come è prodotta l’informazione dalla nostra azienda, come quotidianamente i giornalisti svolgano il loro lavoro, su quali diritti possano contare.

La presenza ossessiva del potere politico si è ulteriormente rafforzata con il controllo diretto da parte del Governo. A questo controllo non si sono frapposti argini, neanche un tentativo di sciopero, tutti aggrappati a una real politik degna di miglior causa.

Il tema della Governance resta dunque centrale e rilevante. 

Resta tuttavia altrettanto rilevante il tema della produzione, di come si faccia informazione, su quali infrastrutture e con quali mezzi, se su tutti i mezzi, compresi quelli digitali, siamo in grado di raccontare la ricchezza e gli enormi problemi del Paese, sfruttando fino in fondo la dorsale strategica dell’informazione regionale e territoriale.

Il nostro sindacato interno, Usigrai, non è stato chiaro nell’ultima gestione su alcuni passaggi decisivi: su come ribadire l’autonomia dalla politica, da qualsiasi parte politica  non compiendo la scelta doverosa di uno sciopero quando ce n’erano tutte le ragioni; su come gestire il cambiamento editoriale inevitabile alla luce dei dati di ascolto e delle diverse modalità orizzontali di fruizione del prodotto; su come, pur in un costante turnover, costruire con adeguata formazione professionalità in grado di ribadire il primato del servizio pubblico sui nuovi media. Ci è sembrato che si avesse più a cuore il rapporto privilegiato con direttori e vicedirettori e capiredattori delle sedi piuttosto che il rapporto con la base. Noi pensiamo invece che il sindacato debba fare il sindacato, sia controparte di azienda e direttori.

Crediamo che sia diritto dei lavoratori e del sindacato confrontarsi con l’organizzazione del lavoro che discende da scelte industriali, riconoscendo con pienezza l’autonomia editoriale dell’editore, garantita dal rispetto del contratto di lavoro, dai piani editoriali, dalle regole dell’articolo 6, interpretato ai sensi della carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti del servizio pubblico.

E proprio le regole, il rispetto delle regole contrattuali è l’altro elemento che ci unisce e ci vuole caratterizzare.

Vale per gli avanzamenti di carriera, vale per i job posting, vale per i trasferimenti da e per le sedi in cui lavorano molti dei neo assunti con concorso pubblico. I colleghi e le colleghe hanno bisogno di capire il perimetro nel quale si muovono, cosa possono chiedere e cosa no, cosa possono legittimamente ottenere e cosa no, hanno in definitiva bisogno di un sindacato che definisca regole chiare e le spieghi, ascoltando le esigenze dei colleghi e riportandole dalla base all’azienda. Deve essere definitivamente chiusa la stagione degli ad personam, strumenti di gestione dei colleghi fuori dal perimetro contrattuale.

Sull’ascolto pensiamo che all’interno del nostro perimetro sindacale si debba fare di meglio e di più. Si debba recuperare innanzitutto passione e disponibilità dei comitati di redazione, con una forte alfabetizzazione a diritti e prerogative che non sono frutto di un tempo passato, ma sono la pietra su cui costruire e articolare regole uguali per tutti. 

Impostato il lavoro sul riconoscimento del giusto contratto per i giornalisti delle Reti bisogna affrontare la cornice giuridica nella quale inserire i colleghi. Il futuro direttore dell’informazione di rete deve essere supportato da una struttura redazionale. I giornalisti non possono dipendere funzionalmente e giuridicamente da capi struttura e autori.  Definiti i 250 giusti contratti sarà più facile definire la mobilità interna, ancorandola a criteri chiari come anzianità aziendale, anzianità di testata e specificità professionale.

In un tempo così mutevole specie sul fronte digitale è necessario attrezzarsi con la formazione continua. Le paure di fronte a un mestiere i cui strumenti cambiano rapidamente si affrontano e si superano affidandosi alla formazione. I colleghi e le colleghe Rai, per stile e per attitudine e per interesse personale, possono egregiamente svolgere questo ruolo nell’azienda per altri colleghi. Una forma moderna di fratellanza che abbiamo necessità di recuperare per spirito e pratiche.

Avere ambienti di lavoro migliori, in cui conta la qualità di servizi che ruotano attorno alle sedi a partire da Saxa Rubra (mensa, asili aziendali, punti di ritrovo culturali), dove viene premiato il merito, meno esposti a variabili personali o al favore di turno, e’ elemento fondante della credibilità del servizio pubblico, permette meno spreco di danaro, non delude le legittime attese dei colleghi, rinnova il patto con i cittadini.

Chiediamo che l’azienda creda nel nostro settore, investa nella produzione – i costi annui dei tg sono risibili rispetto agli show di Fabio Fazio -, esalti i prodotti di punta, spinga sull’approfondimento e sulle inchieste. Le hard news sono un dovere, le inchieste rappresentano il modo per dare ai fatti una esposizione di prim’ordine. E la Rai non è seconda a nessuno. E non deve esserlo su temi come le mafie, la grande criminalità, il lavaggio di danaro sporco, le opacità politiche e non internazionali, la polarizzazione dei redditi, non confinandole in orari improbabili con ascolti risibili. Costruire percorsi professionali di solida specializzazione significa garantire ai cittadini la qualità dell’informazione. Su questi argomenti, sulla potenzialità del servizio pubblico e della sua informazione dobbiamo uscire da Saxa Rubra e recuperare centralità azione e interlocuzione con gli attori politici e sociali del nostro paese. Dobbiamo stimolare confronto e dibattito pubblico. La rilevanza della Rai si recupera non pensando che il nostro lavoro finisca con la messa in onda, ma dialogando costantemente con decisori politici (un dialogo alto e non strumentale) e attori sociali (comitati, associazioni, altri sindacati, corpi intermedi). Inoltre bisogna agire a livello internazionale anche scambiando esperienze di lavoro con i colleghi dei servizi pubblici europei.

Questi valori hanno bisogno di un sindacato interno rinnovato che li accolga, li renda lievito, produca azione sindacale in tutti i passaggi possibili, dal prossimo integrativo in poi, all’interno e all’esterno dell’azienda, un sindacato in cui non viga il pensiero unico ma aperto, plurale, partecipato, accogliente. 

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