Rai/Maggioni/Assad: fu vera gloria?

di Michele Mezza 
L’arrivo della cassetta preregistrata di Berlusconi ai primi del 1994 nelle redazioni dei Tg aprì una fase nuova, che, a nostra insaputa, introduceva le successive forme di disintermediazione del mestiere, ma anche quelle che poi sarebbero state le modalità di confisca dell’opinione pubblica con gli algoritmi da Cambridge Analytica alla Bestia di Salvini.
 
Poco hanno riflettuto i giornalisti sul tema, se non occasionalmente, per cercare rifugio o protezione nei momenti di massima pressione esterna, mentre era necessario lavorarci sopra se non altro per le immancabili conseguenze nel campo di un progressivo depauperamento retributivo e professionale.
Ora l’intervista di Monica Maggioni al dittatore siriano Assad, concordata dettagliatamente con i servizi di quel paese, e giunta in busta chiusa a RaiPlay, segna una nuova escalation nell’esautoramento delle redazioni.
 
Il tema, lo scacchiere medio orientale con le implicazioni dirette del nostro paese, mediante le sue alleanze occidentali, nella contrapposizione con la Russia di Putin che pure vanta non poche aderenze nel nostro sistema istituzionale, non solo non è minore ma investe la sicurezza nazionale.
 
Mai come in un caso del genere il sistema delle mediazioni professionali di una testata -la sua gerarchia, le sue responsabilità personali, la trasparenza del suo piano editoriale e dei suoi centri di competenza- rivestono un ruolo di interesse pubblico e di presidio nazionale. 
 
Trovo davvero sbalorditivo come in questi giorni si siano violate norme elementari della deontologia professionale -un’ intervista  è sempre di interesse del pubblico mai dell’intervistato ,altrimenti assume un altro nome di derivazione più pittoresca e tradizionale della sua assonanza mercantile e per esercitare quella funzione all’adempimento non sono previsti ordini professionali – e anche articoli del codice soprattutto nella parte della responsabilità del direttore della testata di pubblicazione.
Ma qui si introduce il vero buco nero che con la trasmissione su RAI Play si è profilato: i giornalisti dell’azienda possono considerare la piattaforma streaming come una zona franca, in cui riversare tutto ciò che non è potabile nelle testate? Questo è il messaggio che la furbata soluzione concertata al settimo piano di Viale Mazzini adombra. 
 
A quel punto non solo i giornalisti, ma chiunque può realizzare e imbucare nell’apposita fessura delle lettere le sue interviste, componimenti, messaggi e lettere in codice da spedire a centri di potere opachi pubblici e privati.Siamo alla espiazione completa delle prerogative del giornalismo e all’umiliazione di ogni specificità del servizio pubblico. Sembra singolare il silenzio pubblico del sindacato, dei CdR, dei singoli giornalisti che hanno visto e sentito per giorni maneggi nelle proprie testate attorno ad un file che scattava e che il nostro caro Assad aveva fretta di vedere pubblicato dalla RAI perchè gli avrebbe giovato e perchè gli erano state fornite precise e circostanziate rassicurazioni. Ripeto, si sono violate norme deontologiche e legali.
Un vulnus che costerà caro: in prestigio, in autonomia e come sempre in retribuzione, per parlare anche ai duri di orecchio.

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