Perché il nostro Istituto di previdenza affronta male la sua crisi

di Fabio Morabito – (consigliere generale uscente eletto nel Lazio)

 

 

Alla vigilia delle elezioni che rinnoveranno la dirigenza dell’Inpgi, metto a disposizione – sperando possano essere utili – alcune considerazioni conclusive sulla mia esperienza di consigliere generale uscente (e non candidato). Ho potuto avere un ruolo solo di “testimonianza”, e di questo mi faccio carico. Ci sono dei fatti, e delle opinioni.

Faccio un premessa: non credo che queste elezioni possano modificare gli equilibri in essere. Nonostante gli impegni presi quattro anni fa dalla allora candidata Presidente Marina Macelloni di cambiare lo Statuto, non è stata toccata una virgola e c’è ancora un sistema di rappresentanza inutilmente costoso che però garantirà la conferma dell’attuale gruppo di governo, proprio quello che – ma è la mia opinione – non ha funzionato.

Con questo però non penso affatto che sia inutile votare. È sempre importante indicare colleghi di cui si ha fiducia, capaci di avere almeno un ruolo di trasparenza su quello che succede nel nostro ente previdenziale. Nel mio mandato questo ho potuto fare, diffondendo alcuni interventi sul web: andare incontro alla necessità dei colleghi di saperne di più. Non altro, perché il ruolo del consigliere generale (quale ero io) è marginale. I consiglieri votano i componenti del Cda, ma poi le decisioni le prende quest’ultimo, a cominciare dalla nomina di Presidente e del Vicepresidente.

Quindi solo all’inizio del mandato il consiglio generale conta qualcosa. Poi certo vota i bilanci, ma solo dopo che lo ha fatto il Cda (che negli ultimi due anni si è espresso approvandoli all’unanimità e procedendo con una buona intesa). Ho fatto anche delle proposte. Ma tutto viene deciso prima, anche se, a norma di Statuto, dovrebbe essere il Consiglio generale a stabilire le linee programmatiche e di indirizzo generale dell’Istituto. Ma così non è, a cominciare dall’ultima riforma delle pensioni, approvata in questa consiliatura senza neanche un passaggio di consultazione con il Consiglio generale.

Per esempio io avrei proposto di mantenere qualche tutela più articolata per i disoccupati, ai quali è stato tagliato il sussidio. Peccato che nessun componente del Cda si sia espresso su questo, eppure ne fanno parte anche colleghi con importanti esperienze sindacali alle spalle. Ma per esperienza ho visto che i meno tutelati sono spesso i primi di cui si dimentica.

Sulla riforma statutaria ho proposto di abolire il Consiglio generale e di votare direttamente il Cda con un collegio nazionale. Mi sembra un buon risparmio, considerando che il Consiglio generale è solo usato per confermare lo status quo. Se viene convocato solo per votare sul bilancio già approvato dal Cda che senso ha? Pensate che tutti i colleghi che saranno eletti sono in grado di leggere un bilancio? In quattro anni di consiliatura, presente a tutte le (poche) convocazioni, ho sempre votato contro il bilancio Inpgi 1. Il mio è stato un giudizio negativo sulla gestione dell’istituto, non l’illazione di qualche irregolarità.

Ogni anno ci sono due riunioni sul bilancio. L’ultimo Consiglio si è tenuto il 29 ottobre del 2019. In quell’occasione ho detto molte delle cose che state leggendo,nella sintesi obbligata di 5 minuti. E ho protestato ricordando che lo Statuto obbliga la convocazione di minimo tre Consigli generali ogni anno, e quello in cui stavo parlando era il secondo per il 2019. La risposta è stata arrogante: chi ti dice che non ne convocheremo un altro? Naturalmente non è stato fatto. Ma se i nostri dirigenti non rispettano le regole interne, come possiamo fidarci di loro?

A questo punto, se il Consiglio generale deve essere solo un passaggio di rito, sterile, si comprenderà perché penso che tanto valga eliminarlo. Peraltro, di 60 giornalisti eletti consiglieri per l’Inpgi 1, circa una metà non ha mai aperto bocca in quattro anni di riunioni. Costano in trasferte e alberghi, questo sì. Andrebbe bene se portassero qualcosa alla causa comune. Mi sembra che invece molti facciano zavorra. Non è che si debba parlare per forza: ma se in quattro anni non si apre bocca, è difficile pensare che si tratti di colleghi che hanno qualcosa da dire. E tra i “testimoni silenziosi” ci sono anche strapagati consiglieri d’amministrazione.

Il problema dei costi dell’Istituto è stato affrontato con qualche effetto, ma senza incidere su privilegi che – considerando la crisi della nostra previdenza – sembrano offensivi nei confronti dei colleghi che temono di poter arrivare a una pensione dignitosa. Perché si deve riconoscere alla Presidente un’indennità di 232mila euro l’anno, molto di più di chi guida l’Inps? Parliamo di un ruolo politico, votato dai colleghi, non di un ruolo tecnico in cui si potrebbe far valere una competenza particolare.

Quasi tutti i consiglieri d’amministrazione percepiscono quasi duemila euro al mese. Di solito sono convocati una volta al mese. E non c’è l’obbligo di presenza: anche se si salta qualche riunione, il compenso viene accreditato in banca. Nel Cda uscente c’è anche un collega residente in Portogallo. Non voglio fare moralismi ma è evidente che per alcuni stare nel Cda è una voce di retribuzione alla quale non si intende rinunciare, e questo può spiegare le lunghe carriere al vertice che caratterizzano l’Inpgi.

Sono ingenuo se dico che il motivo per farsi eleggere dovrebbe essere la volontà di aiutare i colleghi, di mettere al servizio la propria competenza e il proprio impegno? Per questo ho proposto, quattro anni fa, di dimezzare il compenso ai colleghi in Cda che hanno già fatto una consiliatura: per rendere meno forte la motivazione di avere un reddito a spese dei colleghi. La mia richiesta è stata respinta.

Fin da subito, ho contestato il fondo di diecimila euro all’anno concesso alla Presidenza. La Presidente ha già tutto spesato, perché anche una dotazione aggiuntiva? Lei stessa mi ha risposto pubblicamente: “Quei soldi servono quando devo invitare a cena, ad esempio, il Presidente dell’Ordine o quello della Casagit”. Risposta sbagliata, perché parliamo di colleghi dirigenti che sono già spesati dai loro istituti.

Quello delle spese è solo un capitolo sul quale ci vorrebbe moderazione, per rispetto dei colleghi che temono di perdere la pensione. E quando i nostri amministratori hanno manifestato in piazza per la tutela dell’Inpgi, con i loro compensi fuori misura non possono essere credibili di fronte all’opionione pubblica. Ma se ho criticato come viene amministrato l’Istituto non è certo solo per il capitolo compensi. Ci sono motivi a mio avviso molto più gravi. Vedo che l’Inpgi non si è mai messo di traverso sugli stati di crisi, non ha mai protestato, lo ha fatto solo – ma non entrando in merito di qualche accordo – negli ultimi tre o quattro mesi della consiliatura, quando si è profilato con un emendamento alla Legge di Bilancio il finanziamento per nuovi prepensionamenti.

Ma in passato, cosa si è fatto per contrastare un’ondata di richieste anche illegittime? È illegittimo, ad esempio, che in uno stato di crisi si chiedano ammortizzatori sociali orizzontali sulle cosiddette figure “apicali” (da redattore capo in su), cioè cassa integrazione e contratti di solidarietà che intervengano sull’orario di lavoro giornaliero. Perché illegittimo? Perché i colleghi che hanno tali qualifiche non hanno – per contratto Fieg-Fnsi – limitazione di orario. E quindi come si può tagliare l’orario a chi non ha limiti d’orario? Perché l’Inpgi -come ente pagatore – non ha protestato quando questi accordi sono stati fatti? Credo che la cosa pubblica non vada amministrata come meno cautela delle proprietà personali.

Altro caso grave, da me denunciato – invano – in Consiglio generale: il decreto Lotti del 2014 prevedeva che ogni tre prepensionamenti ex legge 416 ci fosse “contestualmente” l’assunzione di un giornalista a tempo indeterminato. Attenzione al termine: contestuale vuol dire contemporaneamente, e il senso è che a fronte di tre uscite, quindi a un’oggettiva riduzione di organico, c’è obbligatoriamente un ingresso.

Ebbene, neanche questo impegno l’Inpgi ha fatto rispettare. Mimma Iorio, direttrice dell’Inpgi (la maggiore carica “tecnica” dell’Istituto) mi ha risposto pubblicamente che – nel caso specifico da me indicato – l’azienda aveva fatto un accordo con il ministero del Lavoro per conteggiare assunzioni fatte precedentemente. Attenzione: non il sindacato con l’azienda, ma l’azienda con il ministero!

Ma anche se ci fosse stato un accordo tra le parti sociali non avrebbe comunque potuto derogare a una norma di legge. Se fossero state necessarie assunzioni precedenti alle uscite concordate per prepensionamento e non ancora autorizzate per mancanza di fondi, vorrebbe soltanto dire che la richiesta di ammortizzatori sociali era un modo per far cassa tagliando il costo del lavoro a spese dell’Inpgi. Provo a fare un esempio: il redattore capo di un quotidiano passa a un’altra testata e per quel ruolo, anziché promuovere un giornalista già in organico, il direttore fa assumere un collega da un’altra testata. Non è possibile considerarla come assunzione per tre uscite, e nel caso specifico che sto citando i prepensionamenti non erano neanche stati autorizzati: non c’erano fondi!

Eppure questo è stato permesso dall’Inpgi, dal nostro istituto previdenziale. Non rispettando le regole – e non è l’unico danno – si sono lasciati fuori dei colleghi che avrebbero avuto diritto all’assunzione. E così hanno perso un’occasione – forse quella definitiva – di un posto di lavoro stabile.

Sono esempi che consentono di dubitare su come è condotto  l’Inpgi. Non entro invece sulla corretta gestione degli immobili venduti, perché qui effettivamente è troppo facile sostenere una qualsiasi tesi. Certo è che il piano di vendite non ha mantenuto le promesse; che per il piano-vendita non è stato utilizzato il personale (duecento dipendenti) dell’istituto, ma è stato affidato a una società esterna; che i rappresentanti di questa società sono venuti a dirci che alcuni immobili acquistati dall’Inpgi come investimento non erano facilmente cedibili, perché poco appetibili dal mercato (quindi, acquisti incauti); è stato fatto l’esempio di appartamenti vista tangenziale a Milano (certo, non acquistati in questi ultimi anni: ma il mantra che viene recitato a via Nizza è che tutti sono stati bravissimi). I rappresentanti sindacali degli inquilini, nonostante lo abbiano chiesto – e io mi sia fatto portavoce delle loro esigenze – non sono stati mai convocati. Ma poi all’ultimo consiglio generale alcuni colleghi hanno rilevato, più rassegnati che scandalizzati, che anche le Commissioni in genere non venivano convocate.

Si dorme quando si dovrebbe correre. E l’Istituto si è messo in guerra contro i colleghi che hanno chiesto accesso agli atti su questa grande operazione di vendita delle proprietà accumulate negli anni d’oro, e che erano state messe a reddito anche per agevolare i giornalisti alla ricerca di un alloggio. L’ottobre scorso una sentenza del Tar del Lazio ha dato ragione, dopo un lungo contenzioso, ai colleghi che avevano chiesto l’accesso agli atti delle dismissioni del patrimonio immobiliare, accesso che l’Inpgi aveva rifiutato. Gli atti dell’Inpgi – sostiene il giudice amministrativo – sono di “sicuro interesse pubblico”. Dopo la sentenza, un’analoga richiesta di accesso agli atti è stata di nuovo respinta. Cosa è successo? L’Inpgi si è rivolto al Consiglio di Stato per continuare a mantenere segretate le carte. Con conseguenti spese legali a carico del nostro istituto. C’è da chiedersi: che cos’è che non si vuole far conoscere?

il 18 luglio scorso sono andato a una conferenza stampa convocata dal Cda dell’Inpgi nei locali dell’istituto (una novità, che faceva pensare si sarebbe detto qualcosa di importante). Sono giornalista, ero consigliere generale, avevo letto della convocazione sul sito della Fnsi appena il giorno prima. Entro nella stanza e la direttrice dell’Inpgi Mimma Iorio mi apostrofa: “Ma tu che ci fai qui? Non puoi entrare”. Mimma Iorio, tra l’altro, nell’istituto è la responsabile alla trasparenza!

Poi sono rimasto, non avrei permesso di farmi cacciare, ma mi è rimasta la sensazione sgradevole di una conferenza stampa a inviti. La presidente Macelloni ha detto che il passaggio dell’Inpgi all’Inps costerebbe all’Inps 600 milioni l’anno. Un messaggio politico, ma non corretto, perché questa cifra corrisponde alle uscite per le pensioni, ma non tiene conto dell’entrata per i contributi (circa 400 milioni). Il disavanzo è altissimo, ma perché comunicare una cifra che è tre volte la verità? Ho contestato pubblicamente questa informazione, a beneficio delle agenzie di stampa. Le due colleghe di agenzia presenti hanno titolato così: una, “Inpgi: Macelloni: confluire in Inps costa 600 mln anno”, l’altra “Inpgi: costo pensioni 600 mln anno”.

 Ma perché è stata convocata questa conferenza stampa? La presidente ha detto che è stata decisa “da tutto il Cda” (infatti presente in blocco) per illustrare il percorso concordato in seguito all’entrata in vigore dell’emendamento Salva-Inpgi. Il messaggio che si è provato a dare è quello di un’amministrazione efficiente, e si è parlato di un calendario “stringente” di riunioni. Il legislatore ha chiesto interventi incisivi di contenimento dei costi.

Cosa è stato fatto da allora ad oggi? È stato abolito il fondo prestiti, un servizio che i colleghi apprezzavano, per rendere immediatamente liquidi i cinque milioni di euro stanziati. La seconda misura riguarda il regime di agevolazione per le evasioni contributive. Un intervento che nelle intenzioni dovrebbe eliminare i costi del contenzioso e permettere di fare cassa in tempi rapidi rispetto a un impegnativo monte crediti. Mesi di “lavoro” per produrre questo. La conferenza stampa di una lumaca che sostiene di andare a cento all’ora.

 Poi c’è il percorso di legge che dovrebbe portare i “comunicatori” dall’Inps all’Inpgi. Questa massa di contributi dovrebbe – nelle intenzioni – pagare le pensioni dei giornalisti. Ma per ora potrebbe solo rinviare gli esiti dell’attuale crisi. La legge non potrà imporre ai singoli di lasciare l’Inps per andare all’Inpgi. E penso che da una contiguità dei due ruoli (giornalista e comunicatore) potrebbero nascere conseguenze in prospettiva pericolose per l’indipendenza della professione. Una riforma delle legge 150 sugli uffici stampa pubblici, ad esempio, potrebbe in futuro prevedere l’equiparazione del comunicatore al giornalista. Affossando definitivamente un’importante canale per l’occupazione.

Ma quello che mi lascia perplesso non è la scelta di una strada anziché di un’altra, perché comunque una soluzione – poi ognuno può avere la sua opinione in proposito – è stata trovata. Inadeguata? Che rinvia i problemi e non li risolve? Una soluzione offerta dalla politica? Si potrebbe discuterne a lungo. Il problema è proprio che non se ne è discusso affatto, e questo porta spesso a sbagliare. Non si sono ascoltati i colleghi, le redazioni, i precari. Sarebbe stato necessario coinvolgere i colleghi su decisioni che li riguardano tutti.

I giornalisti che saranno ancora a lungo in attività non temono di confluire nell’Inps (anzi). E non è detto che in una trattativa di passaggio si sarebbero persi i diritti – per ora – di miglior favore. Ma davvero qualcuno si illude che – ad esempio – la migliore condizione nella pensione di reversibilità che oggi l’Inpgi può vantare rispetto all’Inps, verrà mantenuta anche per i giornalisti attivi che oggi sono a quindici anni di distanza dalla pensione? Io capisco le preoccupazioni di tanti colleghi, e credo debbano avere ascolto.

Preciso che la Presidente Macelloni mi ha risposto in merito in modo chiaro: “È l’Inps che non ci vuole”. E si prende la responsabilità di questa dichiarazione. Nonostante l’Inpgi abbia ancora in dote un patrimonio immobiliare e mobiliare, che pure si sta estinguendo. Non ho perorato l’indicazione di andare all’Inps, ma quella di discuterne, sì.

Non c’è stata una minima riflessione condivisa, equivocando sul ruolo dell’Inpgi. L’autonomia del giornalista non è garantita dall’Inpgi ma dalla certezza della pensione. La mia sensazione è che finora si sia navigato a vista, con molta autoreferenzialità, con insofferenza arrogante alle critiche, senza visione del futuro. Spero che nella nuova consiliatura trovino spazio il buonsenso, la volontà di trasparenza, l’impegno disinteressato. Dando sicurezza a chi una pensione ce l’ha già, certo, ma anche alle generazioni meno protette, che si sono viste togliere nel tempo diritti su diritti, e che la pensione la vedono lontana. In tutti i sensi.

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