Le malattie professionali: la nuova sfida per Casagit

di Alessandro Gaeta – candidato Insieme per Casagit

Immaginare una Casagit più vicina alle esigenze dei suoi iscritti significa non solo guardare ai classici sintomi che accompagnano le malattie più diffuse cercando di migliorarne l’assistenza ma iniziare ad esplorare tra le pieghe della nostra professione sempre più causa di patologie striscianti, la cui correlazione può non balzare subito all’occhio ma non per questo meno gravi. Sto parlando della medicina del lavoro, quella branca della medicina che si occupa della prevenzione, della diagnosi e della cura delle malattie causate dalle attività lavorative. È un settore sempre meno presidiato dal servizio sanitario pubblico eppure nei luoghi di lavoro ci si ammala. Non solo nelle fabbriche ma anche nelle redazioni.

Nonostante l’importanza di questa disciplina sia un fatto incontrovertibile la medicina del lavoro non entra direttamente nel prontuario Casagit e le patologie ad essa collegate vengono curate solo indirettamente e senza stabilire un rapporto di causa ed effetto. Per provare a comprendere l’entità del problema prendiamo ad esempio le redazioni del Centro Rai Saxa Rubra che conosco meglio. Se si escludono tutti quelli che lavorano nelle sedi regionali, nel grande complesso che sorge a dieci chilometri dal centro di Roma lavorano più di 700 giornalisti.  Le redazioni intese come luoghi fisici sono alloggiate nelle palazzine di quello che era stato l’International Broadcasting Center realizzato per i Mondiali di Calcio del 1990 e poi diventata la cittadella dell’informazione Rai. Da allora televisione e radiofonia hanno avuto le loro rivoluzioni copernicane ma a Saxa Rubra, tranne qualche rara eccezione, poco è cambiato.

Nella palazzina del Tg1, a 30 anni dall’inaugurazione, hanno approfittato del ricorso allo smart working per fare degli interventi di maquillage: hanno montato porte di cristallo scorrevoli all’ingresso, ridipinto le pareti, rimosso la moquette che ricopriva sin dalla costruzione alcune stanze e corridoi ma le postazioni di lavoro restano non solo poco confortevoli ma malamente illuminate. Nella stanzone della redazione di Speciale Tg1 (all’incirca 50 metri quadri), dove oltre alla mia scrivania ci sono altre sette postazioni attive, l’illuminazione è assicurata solo da 18 lampade tubolari al neon collocate sul soffitto. Nessuna scrivania è fornita di luci aggiuntive e quelle che trovereste in quella come in altre stanze del Tg1 sono state acquistate personalmente dai giornalisti che ci lavorano. In queste condizioni chi lavora al computer per gran parte dell’orario giornaliero rischia di affaticare la vista, soprattutto se si considera che il lavoro con i filmati stanca più della scrittura. E chi è già in cura dall’oculista vedrà probabilmente peggiorare lo stato di salute dei propri occhi. Le postazioni di lavoro non sono isolate le une dalle altre e anche l’udito viene messo a dura prova.

Per non parlare della polvere che si respira in locali poco funzionali con armadi e scaffali ancora pieni di vecchie cassette a nastro magnetico, riscaldati o rinfrescati da impianti centralizzati ad aria che quella polvere la alzano e la spostano fino a farcela respirare. Accade in Rai e accade certamente in tante altre redazioni lungo lo Stivale ma è un problema di tutti, anche dei colleghi più fortunati che lavorano in ambienti ottimali. Il motivo è molto semplice: tutto questo non può che ripercuotersi prima o poi sullo stato di salute del giornalista e quindi in definitiva non può che riflettersi sui conti della Casagit. Si tratta di una battaglia di civiltà che ogni iscritto alle associazioni di categoria dovrebbe sentire come propria. 

Ma il problema della medicina del lavoro non è legata solo a quanto sia moderno e funzionale l’arredamento di interni. L’altro grande problema delle redazioni giornalistiche è l’elevata conflittualità che si respira al loro interno. Una condizione che solo i comitati di redazione più attivi provano ad affrontare. In Rai questa conflittualità è forse il problema dei problemi, generato da percorsi professionali molto spesso tormentati, con l’azienda che si volta dall’altra parte, senza cercare di governare questi processi. Così le vertenze che arrivano all’attenzione dei giudici del lavoro continuano a crescere. La Corte dei Conti ha stabilito che solo nel triennio 2015/2017 le cause di lavoro aperte in tribunale sono state 477, un numero di vertenze che corrisponde al 3,6 per cento dei dipendenti Rai. Un dato certo che è solo in parte indicativo perché dietro un lavoratore che si rivolge al giudice ce ne potrebbero essere almeno altri due che non hanno trovato la forza o più semplicemente i soldi per pagare un avvocato e aprire una vertenza. Uno stato di malessere che non può non ripercuotersi sullo stato di salute del lavoratore.

Lo chiamano stress e produce disturbi del sonno, disturbi alimentari ma anche stati infiammatori che predispongono all’ictus e ai tumori. Tutto questo rappresenta non solo sofferenza per chi subisce discriminazioni e angherie sul luogo di lavoro ma anche un costo per un ente come la Casagit che contribuisce alle cure. Per occuparsene e provare a limitare l’entità del danno l’unico modo è conoscere il problema, cercando di stabilire il numero e la causa dei giornalisti malati di lavoro. Non è così difficile: nelle due città dove si concentra la maggioranza dei giornalisti professionisti e cioè Roma e Milano sono attivi due ambulatori Casagit molto frequentati che potrebbero fungere da antenna e da collettore di dati di grande valore statistico.

E se le cose stanno come io temo e cioè che in molte redazioni le condizioni di lavoro non sono sempre ottimali e le tensioni tra colleghi sono in aumento il passo successivo e conseguente dovrebbe essere quello di mettere a disposizione dei soci che si rivolgono agli ambulatori, oltre ai tradizionali cardiologi o ortopedici, anche specialisti di medicina del lavoro che con un approccio multidisciplinare potrebbero aiutare il giornalista a curarsi da quello che all’inizio si manifesta con uno stato di ansia ma che con l’andare del tempo si può trasformare in patologie sempre più gravi. Sarebbe un bel segnale rivolto non solo ai soci ma in special modo al servizio sanitario pubblico che in questo ambito taglia anziché investire

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