Informazione di guerra: freddezza si, equidistanza no

Di Giampaolo Cadalanu

Dopo il nostro appello si è scatenata una discussione non sempre equilibrata sul giornalismo e sulla copertura delle guerre. Da parte mia, volevo rimanere fermo nella mia regola di non partecipare ai dibattiti da tastiera, che considero un’involuzione tremenda dei social: infiammano gli animi e polarizzano le posizioni persino più dei talk show televisivi. Di questi ultimi cerco di vedere il minimo indispensabile. Quanto agli scontri sui social, vale sempre la massima (credevo di Oscar Wilde, ma all’origine invece c’è una citazione della Bibbia) secondo cui non bisogna mai discutere con gli imbecilli, perché si diventa come loro.
Alla fine, comunque, ho deciso di fare un’eccezione, con un unico contributo che ho postato sulla chat sindacale di Informazione Futuro e che riprendo qui.

Violerò la regola del silenzio perché – al di là dei ridicoli toni giustizialisti e persino minacciosi che talvolta ho incontrato – credo e spero che dietro gli attacchi ci sia sostanzialmente l’esigenza di capire come mai un gruppo di colleghi “navigati” abbia deciso di prendersi tutta l’antipatia possibile alzando il ditino e ergendosi a giudice per il lavoro della categoria. Sapevo che avremmo corso questo rischio, ma ho deciso comunque di correrlo, perché ho percepito un’atmosfera tossica, di entusiasmo bellicista degno di miglior causa.
Qualcuno nelle chat ha parlato di “cattivi maestri”. Nel suo caso, perdonatemi la facile ironia, parlerei di “maestri cattivi”, nel senso che a quanto pare non gli hanno insegnato a leggere, o a capire quello che legge. Ma forse per la maggioranza dei colleghi basta un invito a rileggere l’appello: è un richiamo alla professionalità dei giornalisti, all’esigenza di non confondere le informazioni di parte con una realtà assodata, a un impegno di “freddezza” indispensabile sul campo per non diventare propagandisti di bugie. Attenzione, ho detto appositamente “freddezza”, e non “equidistanza”.

Conviene che ribadisca qui un concetto: Vladimir Putin ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina, ha lanciato missili provocando dolore e morte. (Riconoscete questa frase? E’ contenuta nell’appello). E quindi il cuore, anche di cronisti presunti cinici, batte per la popolazione inerme, quella che si è vista piovere le bombe sulla casa. Ma per scrivere, ritengo, serve più la testa: se si scrive solo con le emozioni si corrono rischi inaccettabili.


Non credo che abbiamo peccato di presunzione ricordando in sostanza che trent’anni di mestiere o giù di lì ci hanno fatto sbattere il muso più e più volte sulle bugie dei belligeranti. Questa avvertenza, solo questa, era il senso dell’appello. E certo non era un voto negativo ai colleghi che stanno rischiando la pelle per raccontarci la guerra. Ma è normale che l’emozione di seguire un conflitto come giornalista esponga al rischio di coinvolgimento eccessivo. Personalmente, posso solo inviare un pensiero affettuoso ai colleghi più anziani che mi hanno aiutato a capire nelle mie prime esperienze sul campo (grazie, Giancarlo Del Re, grazie, Mimmo Càndito, grazie, Tito Sansa, colleghi che non ci sono più e che rimpiango, e grazie ai tanti altri che mi hanno offerto con generosità il privilegio di uno sguardo esperto quando ne avevo bisogno).
In una situazione meno esasperata, al coraggio fisico di chi sta sul campo – spesso free-lance sottopagati e nemmeno dotati di assicurazione, ma di questo si parla molto poco – si affiancano le analisi più fredde della redazione, fatte magari da chi ha più esperienza, un background più completo, e può cogliere aspetti meno evidenti, può ricordare trappole in cui è caduto in passato, o fare collegamenti non immediati. Invece in questi giorni l’attenzione pacata sembra sparita. Sono soprattutto certi talk show a rendere un pessimo servizio, promuovendo una prospettiva binaria buoni-cattivi, senza approfondimenti sulle ragioni del conflitto, o peggio riducendo la condanna politica a Putin a un puro anatema, che ovviamente non spiega nulla.
La conseguenza paradossale è che il richiamo a una attenzione più “meditata” può venire interpretato (per malafede, semplice inadeguatezza culturale, spirito da curva Nord o altre motivazioni, ditemelo voi) come un invito a leggere gli avvenimenti con una chiave politica rovesciata. Una sciocchezza del genere nel nostro appello, evidentemente, non c’è. Il “nostro” Giovanni Porzio è appena stato a Bucha, ci ha raccontato che ritiene senza dubbio la strage opera dei militari russi. Io sono fermo a Roma, per il momento, ma anche io ho provato a usare i miei strumenti professionali e ne ho dedotto la stessa convinzione. Non ne scrivo, perché sono impegnato su altri temi, ma se dovessi scriverne userei prudenza, perché sono lontano e perché ancora mi bruciano i tentativi di manipolazione che ho subito e che in alcuni casi sono riuscito a evitare, in altri… chissà.
Mi è già capitato di scrivere per Limes sul ruolo delle bugie nella guerra. Non voglio far sbadigliare nessuno ripetendo quello che tutti sappiamo sulla disinformazione del passato: tutt’al più può servire rileggere quello che successe a Timisoara nel 1989. In un altro contesto, meno accanito di questo, sarò contento di annoiare i presenti rievocando le piccole e grandi trappole che ho incontrato e purtroppo non sempre evitato, lavorando sulle guerre.

Non ci sarà invece discussione professionale, quanto meno non con me e credo con nessuno dei colleghi firmatari dell’appello, se i possibili interlocutori restano su atteggiamenti ideologici – permettetemi – dal tono intollerante e squadrista. Chi non crede nel confronto delle idee, può tranquillamente fare a meno di noi.

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