La divisione delle vecchie e nuove categorie dell’informazione servono solo ad aggravare la crisi

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L’informazione va verso la destrutturazione, come del resto molte altre cose, quali la televisione – si veda Netflix – o la musica – si veda Spotify – e molto altro. Unica certezza rimangono attori principali coloro che stanno all’inizio delle filiere e solo ed esclusivamente se si pongono a livelli elevati, di qualità e creatività. Ciò vale per i musicisti, i registi, gli attori e anche per i giornalisti, nonché una miriade di figure professionali. È il digitale ciò che sta cambiando le regole del gioco. La capacità che possiedono le nuove tecnologie di assemblare e disassemblare qualsiasi oggetto immateriale come quelli dei consumi culturali che passano attraverso il filtro del digitale è imponente. E attraverso ciò abbiamo una ridefinizione continua delle figure professionali che ruotano nell’universo di questi consumi. Giornalismo compreso. I giornalisti più attenti dovrebbero conoscere ciò. Tutte le figure professionali che ruotano intorno all’informazione, infatti, sono state ridefinite dal digitale negli anni scorsi. Grafici, fotografi, segretarie di redazione, video-operatori e montatori sono interessati al fenomeno da anni e ora il digitale entra con prepotenza anche nella sfera dei giornalisti. Da alcuni anni le cronache calcistiche e di borsa sono fatte da algoritmi ed è dei giorni scorsi la notizia che in Cina ha esordito il primo conduttore di telegiornale digitale, in grado di “lavorare” 24 ore al giorno, su centinaia di argomenti diversi. Chiaro quindi di fronte a tutto ciò si ridefiniscano in maniera netta ruoli e figure professionali in continuazione. Già perché l’innovazione di oggi non è caratterizzata da dei salti come in passato – quali il passaggio dall’impaginazione a piombo a quella digitale, per esempio – ma è un flusso, nel quale il presente è differente dal ieri e dal domani, e in questa chiave i metodi i lavoro si evolvono di conseguenza. Al Wall Street Journal, per esempio, le nuove assunzioni sono al 50% di giornalisti e al 50% di ingegneri informatici, inseriti tutti in redazione con pari dignità, mentre ai nuovi giornalisti assunti nel digitale sempre più spesso è chiesto di gestire anche la comunità dei lettori su un determinato argomento oltre che scriverne un articolo.

Per cui in questa ridefinizione è chiaro che nell’universo dell’informazione in trasformazione appaiano nuove figure professionali che hanno ruoli chiave nel giornalismo. E che è giusto visto che lavorano al “prodotto informazione”, che per quanto mi riguarda è un’opera d’ingegno collettivo, siano accolte a pieno titolo e con pari dignità nel sistema dell’informazione giornalistica. Chi scrive ha un passato come fotogiornalista e ricorda bene il periodo nel quale i foto e video giornalisti – intesi come coloro che si occupano di immagini fisse e mobili – non erano considerati giornalisti e le polemiche che seguirono all’apertura da parte dell’Ordine a queste figure professionali. Oggi sembra di vedere un film già visto. E le nuove figure come i comunicatori – pubblici e privati – i social media manager legati all’informazione, gli influencer, i blogger, tutti ruoli che producono informazione, sono tenute ai margini del dibattito giornalistico.

Creando due enormi fenomeni distorsivi. Il primo è quello economico sull’offerta e quindi sull’economia e sui redditi. L’aumento dell’offerta non gestita – e nascondendo il fenomeno sotto il tappeto ignorandolo, oppure innalzando barriere fallaci e anacronistiche che non lo si gestisce – significa far diminuire i prezzi e quindi i redditi del “prodotto informazione”, cosa della quale gli editori stanno approfittando da anni. E la cosa è talmente degenerata che oggi i riflessi si vedono anche su chi un posto in redazione lo possiede, visto che chi è interno sempre meno si occupa di creare informazione giornalistica, ma la gestisce. Ossia fa il lavoro di macchina: il desk. Mentre la maggior parte dei contenuti, oltre il 60%, viene prodotto dai freelance che non possiedono nemmeno la tutela minima sindacale della certezza dei tempi di pagamento e della congruità dei compensi. Quella dei freelance è una categoria sotto ricatto, al punto che durante una puntata di Report molti hanno parlato solo “oscurati” cosa significativa per una categoria che dovrebbe avere nel proprio Dna il fatto di accendere i fari su ciò che non funziona. E oltre a ciò la media dei giornalisti freelance italiani “guadagna” in media 8.000 euro l’anno. E parliamo di una sola categoria precisa, quella dei freelance giornalistici, mentre nel frattempo si stanno affacciando sul mercato le altre categorie citate sopra.

La seconda questione è quella relativa alla qualità dell’informazione. Tenuto conto che al lettore non interessa, e del resto non è il suo ruolo, sapere se un articolo è stato scritto da un giornalista, professionista, pubblicista oppure da un non iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ignorare tutti coloro che fanno parte nei fatti della filiera dell’informazione ma hanno ruoli diversi da quelli dei giornalisti, significa non sottoporre questi soggetti professionali al filtro della qualità e della deontologia giornalistica, avvallando nei fatti, la degenerazione del sistema dell’informazione. Esattamente come è capitato fino a oggi, nel rapporto tra giornalisti dipendenti e freelance, dove i primi troppo spesso hanno ignorato le condizioni di lavoro dei secondi, non capendo che gli editori stavano utilizzando questi ultimi per fare economie di scala, a discapito della qualità, propedeutiche alla perdita del posto di lavoro dei dipendenti stessi.

E oggi la cose stanno progredendo veloci ed è tempo che la categoria dei giornalisti prima di tutto capisca cosa sta succedendo al proprio interno, all’interno della propri filiera – quella di tutti coloro che l’informazione la realizzano nei fatti e non per etichette – per poter contrastare in concreto le dinamiche perverse degli editori nostrani. E il primo passo è quello del riconoscimento da parte del sindacato di queste figure, attraverso l’accoglienza e il dialogo. Insomma visto che le divisioni, chi parla conserva ancora il proprio primo tesserino verde da pubblicista che era contrapposto allora – correva l’anno 1991 – a quello rosso dei professionisti, ci hanno portato a uno scenario di debolezza estrema sia verso la controparte degli editori, ma specialmente nei confronti dell’opinione pubblica. È necessario ora uno scatto di reni per un’ampia convergenza di tutti i soggetti che fanno informazioni verso un’unità d’intenti facendo proprie parole d’ordine quali dignità, professionalità e qualità. Senza la quali non sarà possibile una risalita, in tutti i sensi, dello scenario informativo italiano. Ulteriori steccati, barriere, divisioni e categorizzazioni, non solo no sarebbero capite dall’opinione pubblica, ma verranno di sicuro utilizzate dagli editori.

Sergio Ferraris, giornalista scientifico, candidato per Informazione@Futuro

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